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Racconti tra le Dita

 

 

Vittoria

 

Vittoria. Mamma e papà le avevano messo quel nome, quando era nata. Era di buon auspicio per una creatura che si affacciava alla vita. Oppure, più semplicemente, i suoi genitori avevano voluto celebrare la vittoria nei confronti di un concepimento difficile. Avevano provato per anni a generare un figlio. Cure ormonali, il sesso “a comando” in periodi prestabiliti, fin quasi ad averlo in odio. Avevano fatto ricorso anche alla medicina alternativa. Poi, quando sembrava che ogni speranza fosse ormai perduta, sua madre era rimasta incinta. Vissero la gravidanza facendo tutti gli scongiuri del caso, come la mamma le aveva raccontato in seguito. Fino al giorno della sua nascita, quando tutti poterono tirare un sospiro di sollievo perché la bimba era sana. Una bellissima bambina di nome Vittoria. Sì, era perfettamente logico che tutta la gioia di quella coppia, ormai divenuta un trio, venisse manifestata in quel modo, attraverso un’etichetta che lei si sarebbe portata dietro per tutta la vita.

Ma Vittoria non gradiva quel nome in modo particolare. Non era solo il suono, due t ed una r lo rendevano abbastanza “duro” e per questo motivo lei si faceva chiamare Vicky. Ma era anche il significato stesso ad infastidirla un poco, come se lei avesse dovuto vincere sempre, qualunque cosa facesse. Forse non le andavano a genio i nomi propri di persona che hanno anche un significato, che sono dei sostantivi. Gloria era un altro esempio. E Grazia era, se possibile, pure peggio.

E poi lei, Vicky, non aveva sempre vinto, nella sua vita. Aveva ottenuto dei grandi risultati, come la Laurea, ma aveva anche combinato dei grandi pasticci. Come quello in cui si trovava ora. Niente di grave, in realtà, ma aveva una enorme confusione dentro al cuore e un dolore indefinito e costante nel fondo dell’anima, che batteva come una goccia d’acqua sulla roccia. Incessante, sordo.

Anche lui la chiamava Vicky, ma da quando avevano dato inizio alla loro storia d’amore aveva adottato un diminutivo ancora più corto. Vic. A lei piaceva molto. Adorava sia il diminutivo sia l’uomo che glielo aveva donato. Nessuno mai l’aveva chiamata così. Anche lui aveva sulle spalle un nome difficile da portare. Primo. Quel figlio doveva essere il primo di una serie. Ma era rimasto l’unico, una sorella morta subito dopo la nascita ed un fratello che non aveva mai visto la luce, in seguito ad un aborto spontaneo. Dopo quest’ultimo episodio i genitori di Primo non provarono più ad avere altri figli. E lui si sentiva come se la vita gli avesse rubato qualcosa. Era come essere primi in una gara in cui c’è un solo partecipante.

Vittoria e Primo, una coppia che non poteva perdere. L’uno ad evocare l’altra. E viceversa.

Due persone che, insieme, avrebbero sconfitto il grigiore della vita, la sua tristezza, la sua stanca monotonia. I loro amici, al di là dei loro nomi, erano fermamente persuasi che formassero una bella coppia, perché erano ben assortiti. Effervescente lei, pacato lui, si compensavano in modo equilibrato. Ma il destino, a volte, si diverte beffardo a tenderci tranelli, a metterci di fronte scelte difficili. Così difficili che a volte sarebbe perfino meglio non trovarsi davanti al bivio, perché quando non si ha scelta non si possono nemmeno commettere errori. Bisogna solo tirare avanti.

A Vic si presentò un’occasione importante per la sua crescita professionale. Due mesi in Canada per conto della società nella quale era impiegata. Non ebbe dubbi. Nemmeno Primo ne aveva. Due mesi erano veramente un lasso di tempo irrisorio, per loro che avevano davanti tutta la vita. Partì, Vic, con la promessa di frequenti contatti telefonici. Ma la differenza di fuso orario non li aiutava. Quando Vic rientrava in albergo, la sera, Primo era ancora al lavoro. Così restavano solo i fine settimana. Non bastarono per colmare il vuoto che la lontananza da casa stava scavando nel cuore di Vic. Conobbe un uomo, in Canada. Un uomo con il quale lavorava tutti i giorni. Un uomo che lei trovava affascinante. Un uomo sposato di nome Maxime. Che ironia. Dopo Primo lei poteva avere Massimo. E così fu.

Nel giro di un paio di settimane, Maxime raccolse tutto il proprio coraggio e lasciò la moglie. Promise a Vic di seguirla in Italia, tanto era innamorato di lei. Conosceva due lingue alla perfezione. Avrebbe imparato l’italiano senza troppe difficoltà. Vicky, invece, non ebbe la forza di spiegare a Primo che lo lasciava per un altro uomo. Gli disse solo che non lo amava più, che stargli lontana non le aveva fatto sentire la sua mancanza come lei si aspettava. E questo, per lei, era un indice dell’assenza d’amore. Primo non se ne fece mai una ragione, perché percepiva la menzogna al fondo delle giustificazioni di Vittoria, ma non riusciva a dare corpo alle proprie sensazioni. Si arrovellava su tutte le ipotesi possibili, compresa quella che lei si fosse innamorata di un altro uomo. Ma Vic negava, insisteva nel negare. Non poteva dirgli che con Maxime era andata a letto solamente una settimana dopo averlo conosciuto.

E così, con grande sgomento dei loro amici, Vittoria e Primo persero. Ma il danno peggiore doveva ancora arrivare. Ed arrivò quando Vic si accorse che in realtà non amava nemmeno Maxime. Anzi, stare con lui era diventata una sofferenza. Non le lasciava lo spazio per respirare, forse timoroso del fatto che lei potesse comportarsi con lui come aveva fatto con Primo. Dubbio legittimo. Ma così la perse. Lei lo lasciò, senza mentire questa volta. Lo lasciò in un paese straniero, dopo che lui aveva gettato al vento la propria vita e quella della moglie. La quale ora non lo avrebbe certamente voluto indietro.

Vittoria. Proprio un bel nome per una che in pochi mesi ha fatto tutto questo casino, si ritrovò a pensare un giorno Vic. Per concludere che era proprio il caso di tornare a combinare qualcosa di buono.