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Un'Ultima Occasione

 

L’uomo stava lì, in piedi, ma appoggiato con i gomiti alla balaustra del balcone della sua casa. Stava passando le dita della mano tra i peli della corta barba, massaggiandosi il mento. Guardava gli alberi agitati dalla brezza leggera. Quella danza lieve era come un motore per i suoi pensieri. Non che avesse bisogno di stimoli per far correre, libera, la mente. Infatti era sempre stato un tipo riflessivo, “uno che pensa troppo”, come lo definivano alcuni suoi amici. E proprio questa sua caratteristica gli aveva cagionato, in passato, parecchia infelicità. E gliene avrebbe procurata ancora, perché lui avrebbe potuto certamente migliorare e smussare alcune fogge della sua personalità, ma non avrebbe mai potuto sradicarle definitivamente. L’aspetto positivo della sua natura era che l’uomo non conosceva la noia, perché aveva sempre qualcosa con cui tenere occupata la mente e consentire al tempo di trascorrere senza peso.

Semplicemente quel movimento gli appariva in sintonia con il tormento che gli stava rosicchiando l’anima. Come tanti topi che mordono qua e là la loro vittima senza che questa sappia più da quale parte girarsi per affrontare l’attacco, per difendersi. Scacciò quell’immagine dalla mente e guardò a ponente, dove il sole stava ormai tramontando su quella calda giornata d’inizio estate. Il cielo stava bruciando, incendiato di un rosso fuoco che l’aria limpida trasmetteva inalterato, nitido. Nonostante la bellezza di quel momento l’uomo era triste, in netto contrasto con la natura ridente, quasi questa volesse farsi beffe di lui. Era solo da parecchi giorni e ne sarebbero trascorsi molti altri ancora, prima che fosse uscito nel mondo. Voleva stare lì a sentire ancora a lungo la fredda lama del dolore affondare ripetutamente nel cuore, sentirla scavare nella carne viva per arrivare, infine, fino all’anima. Lì si sarebbe fermata, perché lì non c’era più niente da colpire, tagliare. Dilaniare. Un buco nero che aveva succhiato tutta la sua vita, spremendogli lacrime che ora non aveva più, lasciando un vuoto siderale. Senza nemmeno la polvere di stelle.

Il suo matrimonio era naufragato, dopo anni in cui tutto appariva andare per il meglio. Eppure lui non si era accorto che stava navigando verso un iceberg. E non fu la punta dell’iceberg a farlo affondare, ma la sua parte sommersa, quella invisibile. Il suo matrimonio era certamente costruito su basi solide. Solide ma fragili. Come il diamante, in apparenza così inattaccabile, indistruttibile. Mentre se lo si incide nel punto giusto si separa in pezzi. Questo era successo, alla sua vita. Aveva urtato contro un iceberg ed era andata in frantumi, ognuno dei quali era affondato in un freddo mare di solitudine.

L’uomo non aveva figli e non poté fare a meno di chiedersi se proprio questo fatto, anzi il suo contrario, avrebbe potuto costituire una differenza. Provò a domandarsi se l’amore per una creatura, carne della sua carne e sangue del suo sangue, avrebbe potuto accecarlo o quantomeno nascondergli la luce che, a tratti, scorgeva in tante donne. Quella luce che non vedeva più negli occhi della sua compagna. Si torturò ancora, chiedendosi se per il bene comune di un figlio la natura sarebbe intervenuta, pressante, con altre priorità. Ma sapeva la risposta a quella domanda. Conosceva parecchie persone, sia più anziane sia più giovani, che si erano separate, uccidendo le loro vite per poi rinascere accanto ad altre donne, altri uomini. A dispetto del loro stato di genitori. Tuttavia l’uomo non trovava alcun conforto nella cruda realtà di questi fatti.

L’iceberg del suo naufragio era stata una donna. L’aveva conosciuta per caso e senza nessuna intenzione di tradimento, nessuna malizia. Non aveva voluto ammettere nemmeno con se stesso di essersi innamorato di lei. Credeva semplicemente che il cuore fosse grande, che anche questa donna avrebbe trovato il proprio posto dentro al suo, senza rubare spazio a nessun altro. Ma nonostante questa convinzione l’uomo aveva ampliato il proprio cuore, aveva costruito delle nuove stanze per ospitare il nuovo amore, per attenderlo e lasciarlo riposare. Non si era reso conto che i mattoni per quelle nuove stanze in realtà pesavano, là dentro. Lo opprimevano. Al punto che la compagna della sua vita si accorse del cambiamento, soffrendo in silenzio.

Un alito di vento caldo riscosse l’uomo dai suoi pensieri. C’era nell’aria il profumo dell’erba tagliata di recente. Le note e le parole di una canzone rimbombarono nella sua testa:

Non ti ho detto

Che i tuoi riccioli sono di seta

Che profumi di erba falciata

Che non sono mai stato un poeta…

Tutt’attorno era scuro, ormai. Il cielo a ovest era viola. I grilli cominciavano a frinire. Si sedette, al buio, e ricominciò a pensare. Sorrise mesto all’immagine del suo amico che gli diceva: “Tu pensi troppo!” Ma non poteva farci nulla. Questa era la sua natura. Sperò che il movimento delle labbra, increspate in quella smorfia, potesse costringere anche la sua anima a piegarsi in un sorriso. Come quando si scrive su un foglio e le parole passano attraverso di esso, incidendosi su quelli successivi, in modo via via più leggero. Ma l’anima dell’uomo era troppo dura, ora, per plasmarsi addosso anche solo l’abbozzo di un sorriso.

Una volta le aveva chiesto quale fosse la posizione che assumeva per addormentarsi. A quella domanda gli era parso di vedere una piccola nuvola passare veloce ad offuscare le stelle negli occhi della donna. Durò un istante appena. E lui credette di leggere, in quegli occhi d’un tratto lucidi, il rammarico per il fatto che lui non potesse conoscere la risposta per esperienza diretta. L’uomo credette che lei avrebbe voluto saperlo al proprio fianco ogni sera, prima di chiudere gli occhi al giorno ormai al termine. Credette che lei avrebbe voluto trovarlo ancora lì, alla mattina, aprendo gli occhi al nuovo giorno. Per sempre così. Ma ora l’uomo sapeva con certezza di essersi sbagliato. Forse quell’ombra negli occhi della donna era sì di rammarico, ma per qualcosa di perduto per sempre. Forse era il ricordo di un antico amore, quello che lui aveva visto.

E attraverso quella donna l’uomo aveva creduto di poter tornare giovane, senza averne alcun diritto. Aveva creduto di poter cogliere un’altra occasione. Forse l’ultima. Aveva creduto di poter sfogliare il depliant dei Viaggi del Cuore e comprare un biglietto per una destinazione diversa da quella già scelta. Ma si era sbagliato. La donna si era chiusa da sola nelle nuove stanze del suo cuore. Lui aveva bussato molte volte a quella porta per farsi aprire, per parlare. Invano. Sarebbe rimasta per sempre lì, tra quelle mura, come un’immagine lucida di lacrime. Come una musica triste, sottofondo di dolore per l’anima. Come il vago ricordo di un profumo inebriante.

Poi la sua compagna lo aveva lasciato. Aveva atteso, paziente, che lui partisse per un viaggio di lavoro. Quando era rientrato, l’uomo non aveva più trovato sua moglie. Solo un biglietto, poche righe per spiegare che lei se ne andava perché non poteva più vivere con un fantasma, con una persona che, pur stando sotto lo stesso tetto, conduceva un’esistenza solo sua.

L’uomo era ancora adagiato sulla poltrona, posta sul balcone. Aveva ancora il biglietto di sua moglie tra le dita quando lo trovarono, privo di vita, con il cuore spaccato dal dolore.