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Solo Buio
Era una storia come tante ne succedono. Era la storia di un amore che non nacque mai. Era la storia dell’aborto di un amore. Non era sembrata molto affranta, quando lui le disse che sarebbe partito, che sarebbe tornato a studiare nella città d’origine. E che lo faceva perché non sopportava più la vita stentata di quell’amore, inequivocabilmente non corrisposto. Tagliava il cordone ombelicale a quell’amore, volontariamente. Aborto di un amore. Anzi, dopo quella notizia pareva addirittura che lei fosse risorta a nuova vita. Come se non aspettasse altro se non la sua partenza. Una situazione ben diversa da quando gli diceva che lui era uno dei pochi motivi che la spingevano ad alzarsi dal letto, la mattina. Ben differente dai tanti momenti in cui lui, sollevando la testa dai libri, soffermava i propri occhi per qualche istante nei suoi, perché lei guardava verso di lui come lui guardava verso di lei. Come cambiano le cose. Oppure in realtà non erano mai state come lei le descriveva a quel tempo. Non aveva risposto al suo addio, scritto su una carta intrisa di lacrime, non gli aveva detto a sua volta addio. Lo aveva guardato negli occhi per qualche secondo appena, giusto il tempo di fargli capire che aveva letto attentamente quel messaggio. Poi solo silenzio. Così lui andava via, senza più una parola da parte di lei. Mentre contava i giorni che mancavano alla partenza aveva avuto la sensazione che la propria presenza fosse per lei un peso, ultimamente. Aveva avuto la sensazione che fosse più ansiosa di lui stesso di vederlo prendere quel treno per l’ultima volta, di non incontrarlo più tra i banchi della biblioteca, nelle ore pomeridiane, quando, dopo le lezioni, entrambi frequentavano quei locali per studiare. Era come se fosse per lei ormai un impaccio. Era come se si vergognasse di intraprendere una relazione con qualche altro ragazzo, solo perché a lui aveva dichiarato di non essere più capace d’innamorarsi. Era come se la sua partenza le togliesse un peso dal cuore, lasciandola libera da un senso di colpa ingiustificato. Tutto questo spiegava la sua nuova energia e giustificava il suo entusiasmo degli ultimi tempi. Se doveva applicare la logica, e lo doveva fare perché era il solo strumento in cui poteva credere, di cui poteva fidarsi in quanto razionale, allora doveva pensare che tutto quanto lei gli aveva detto in passato non era minimamente sentito. Come se lei, dopo una storia durata anni e poi naufragata amaramente, avesse voluto misurare le proprie capacità nel far innamorare un uomo. Come se il suo ego avesse potuto appagarsi unicamente nel suscitare interesse. Ma poi, una volta ottenuta l’attenzione desiderata, perdeva ogni gusto. Sotto questa luce erano molti di più i fatti che trovavano una loro collocazione rispetto, invece, ai tentativi di lei di dipingere situazioni surreali di un cuore arido in cui non c’è più spazio per l’amore. Una delle poche cose a non trovare il proprio posto era la sua capacità di giudizio. Perché così doveva ammettere di essersi sbagliato su di lei. E poi interveniva la curiosità, un altro aspetto della razionalità. Si chiedeva se le parole di cui lei gli aveva fatto dono in passato erano copiate da qualcuno che le aveva dedicate a lei oppure se erano nate da un esercizio, una sorta di palestra per allenarsi in attesa di utilizzarle per chi ne fosse stato veramente degno e che avesse avuto la possibilità di vederle trasformate in fatti. Ma, se ne rendeva conto, questo era un quesito ozioso, e in fondo il possedere tale nozione non gli avrebbe giovato poi tanto. Così alla fine il giorno in cui partiva le scrisse una lettera. La lasciò tra le pagine di un libro che lei avrebbe aperto solo quando lui sarebbe stato ormai lontano. Le scrisse queste parole, perché dalla morte di ogni grande amore trae la propria vita ed il proprio nutrimento un grande odio: “Mi hai fatto male. E adesso so che non puoi nemmeno lontanamente immaginare quanto. Ora non ho più bisogno di costringermi ad odiarti. Il mio cuore ci sta riuscendo da solo, senza il supporto della mente. Ora lascio esplodere le parole che mi arrivano alle labbra e non m’importa più se ti faranno soffrire. Anzi, lo spero. Ma non ci conto. Maledico il giorno in cui le nostre strade si sono incontrate, maledico me stesso per non aver impedito che s’intrecciassero in questo modo. Stiano in guardia i maschi che ti girano attorno, stia in guardia l’uomo che avrà l’ardire di farsi scegliere da te. E tu, tu adesso non crogiolarti nell’autocommiserazione. Vattene al diavolo e portati appresso le canzoni che ho scritto per te.” Lesse quelle parole qualche giorno dopo la sua partenza. Era a casa, nel soggiorno che si apriva su un balcone accogliente. Era maggio e si potevano già tenere le finestre aperte. Aveva pensato poco a lui in quei giorni, ma a modo suo ne sentiva la mancanza. Pensava che, col tempo, anche quella sensazione sarebbe partita, raggiungendolo nel luogo in cui lui sarebbe stato. Quando trovò quel foglio piegato, nascosto tra le pagine del libro, non si sorprese più di tanto. Riconobbe all’istante la grafia, perché tante lettere aveva ricevuto da lui. In principio pensò si trattasse di una di quelle, finita lì per chissà quale misterioso motivo. Ma la prima riga la colpì con l’energia della novità. Lesse quelle poche parole mentre usciva sul balcone, gli ultimi raggi del sole al tramonto ad accarezzarle il volto. Le braccia le ricaddero lungo il corpo, le spalle si piegarono leggermente in avanti, la mano che stringeva il foglio si aprì, lasciando cadere sul pavimento quelle parole amare. La lieve brezza che soffiava trasportò la carta in volo, allontanando da lei quelle frasi violente. Ma non poté trascinare via il dolore che le avevano inferto. Cominciò a piangere, mentre guardava il foglio che, senza essere stato plasmato ad aeroplano da mani di bimbo, volava lontano. Lui non aveva capito nulla, e lei non era stata in grado di spiegargli niente. Non era stata capace di dirgli di non poterlo amare, perché se lo avesse fatto gli avrebbe inflitto ancora più dolore. Non era stata in grado di gridargli che lo lasciava andare, che doveva lasciarlo andare, perché in realtà lo amava troppo per tenerlo legato a sé. Si sentiva svuotata. Quelle parole le avevano succhiato via tutta l’energia accumulata con fatica nei giorni in cui credeva che la decisione da lui presa fosse quella giusta per entrambi. Guardò giù dal balcone. Si sporse in avanti, trovando il vuoto così attraente in quel momento. In una sorta di grottesca allucinazione, con la mente offuscata dalle lacrime e dal dolore, si chiese quale aspetto potesse avere il diavolo. Continuò a piegarsi in avanti, fino a che la parte sporgente del proprio corpo la trascinò verso il basso. Con una goffa piroetta scavalcò la balaustra. Non fece alcun tentativo di aggrapparsi, non lottò per cercare di sopravvivere. Cadde dal sesto piano e, mentre la terra si avvicinava a lei, provava una sensazione infinita di pace. Non soffriva più e pensò, con una calda fitta di piacevole dolore di un solo istante, che non avrebbe più, con la sua sola esistenza, fatto del male ad altra gente. Eutanasia di una vita, considerò. Poi fu solo buio. |
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