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Racconti tra le Dita

 

 

Sceneggiatura

 

Non si sarebbe tolto la vita. Non per il momento, almeno. È vero, ci aveva pensato spesso in passato, ma senza mai arrivare alla pianificazione dei dettagli, senza mai organizzare le modalità. Solo riteneva fosse di grande conforto sapere che esiste, per quanto drastica possa essere, una soluzione per qualsiasi problema, una via di fuga per qualsiasi prigione della vita.

Ora se ne stava lì, seduto su una panchina del parco in un assolato pomeriggio di fine ottobre. Il cielo era limpido, spazzato da una lieve brezza che rendeva l’aria frizzante. Le mani affondate nelle tasche dell’impermeabile, guardava meravigliato i colori degli alberi, quei colori che solo l’autunno sa dipingere sulla tela della natura. Si chiedeva come fosse possibile che, proprio a pochi passi dalla loro morte, le foglie potessero tingersi di un rosso così vivo. Come se l’avvicinarsi della fine potesse accendere nelle loro anime quell’ultimo, disperato fuoco di amore per la vita. Si domandò se anche per l’uomo potesse valere il medesimo principio, se anche il cuore, presa coscienza dell’ineluttabile, avrebbe lottato contro ogni logica, aggrappandosi disperatamente a qualsiasi appiglio, pur di restare vivo. Non trovò una risposta, e il quesito scivolò in un angolo della mente, insieme agli altri, infiniti interrogativi irrisolti. Forse ci sarebbe tornato sopra in seguito, quando fosse stato più vecchio, magari più saggio. O semplicemente più vicino alla fine.

Contemplò ancora quegli alberi, in realtà senza vederli veramente. Tutto quel rosso, così caldo, gli fece balenare nella mente un’altra figura: l’immagine di un cuore che sanguina. Non il cuore biologico, quello che si vede nei film, bensì quello degli innamorati, quello disegnato sui muri, quello che, ne era certo, avrebbe trovato, rappresentato trafitto da una freccia, anche sulla corteccia di quegli stessi alberi. Si sorprese nel constatare che lui non lo aveva mai fatto, non aveva mai tracciato quel simbolo. Da nessuna parte, e per nessuna delle donne che aveva amato. Non poté fare a meno di sorridere amaramente a quel pensiero. La sua mente cominciò a viaggiare nei ricordi più remoti, a rivivere, come in un film, alcune sequenze della sua vita. Era un gioco che gli piaceva. Gli piaceva provare, come un abile regista, a montare delle scene nuove, a scriverne di altre per giungere poi a dei finali diversi, meno veri di quelli realmente accaduti, ma certamente più belli. Sapeva perfettamente, nonostante si ritenesse un po’ folle, che non esiste il modo per scendere a patti con la sceneggiatura della vita, che ciò che è stato è stato e non può certo essere cambiato. Anzi, pensò tristemente, a volte è impossibile modificare pure gli avvenimenti in corso, quelli che si stanno sviluppando in una direzione sgradita. Spesso aveva la sensazione di avere già letto quella sceneggiatura, di essere un semplice spettatore di fronte alla rappresentazione della sua stessa vita. Cercò di scacciare quei pensieri, perché sapeva che lo avrebbero condotto in una spirale pericolosa di elucubrazioni mentali. Si concentrò sul volo di uno stormo di uccelli, che in quel momento solcavano liberi quel cielo così terso. Pensò che stessero migrando al sud, perché il freddo cominciava a farsi pungente. Istintivamente sollevò il bavero dell’impermeabile e si ricacciò le mani in tasca. Il cielo cominciava ad imbrunire e presto sarebbe dovuto ritornare a casa.

Sceneggiatura. Quell’immagine non voleva liberare la sua mente. Quella stessa mente a cui di frequente erano sufficienti pochissime informazioni, pochissimi dettagli, per comprendere al volo una situazione, come se, appunto, ne avesse scritta lui la sceneggiatura. Sorrise ironico, divertito a quella presuntuosa raffigurazione di sé, soprattutto se pensava alle clamorose cantonate che aveva preso in passato. Come quando si convinse che quella donna si era innamorata di lui. A questo pensiero il sorriso pian piano si spense sul suo volto, lasciando il posto ad una smorfia di dolore. Non sarebbe stato un errore grave di valutazione, anzi, non avrebbe avuto alcuna conseguenza; se non fosse stato che invece lui, lui sì, si era innamorato di lei. E questo successe perché quella bellissima donna esulava da qualsiasi schema lui avesse mai incontrato e, quindi, già codificato. Ed ecco un altro gioco che gli piaceva fare. Nella sua vita aveva conosciuto moltissime persone: questo fatto gli consentiva di stabilire rapidamente se ogni nuovo incontro apparteneva ad uno dei “tipi già visti”, come lui li definiva. Non che si fosse mai peritato di redigere degli schemi dentro i quali forzare questi individui per giungere poi ad una loro classificazione; si limitava semplicemente ad osservarne gli atteggiamenti nella vita di tutti i giorni. Era quindi giunto alla conclusione che un “tipo già visto” aderiva abbastanza fedelmente all’idea che lui si era fatto del soggetto. Si chiese, ancora una volta, come mai non fosse in grado di sfruttare questa capacità a proprio vantaggio. Certamente se fosse stato più abile in questo gioco, ora non se ne sarebbe stato lì a pensare ancora a lei. Avrebbe percepito il pericolo molto prima di ritrovarsi perdutamente, irrimediabilmente innamorato. La sua unica scusante era che lei, per l’appunto, non rientrava nei “tipi già visti”. E la straordinaria capacità che aveva di sorprenderlo ripetutamente lo aveva profondamente lusingato; forse perché, pensò tra sé e sé, non era poi tanto facile stupirlo.

Si agitò sulla panchina, come se quel movimento avesse potuto scrollargli di dosso la sensazione fisica di oppressione che provava al cuore. Niente da fare, ovviamente. Si arrese e si abbandonò completamente al tumulto di emozioni travolgenti che lo stavano assalendo. È vero, non aveva mai disegnato il cuore, trafitto dalla freccia di Cupido, con le iniziali degli innamorati. Ma a tutte le donne amate, reali o immaginarie, aveva dedicato poesie, per loro aveva scritto canzoni. A volte più di una. Come l’ultima che aveva suonato e cantato, seduto su quella stessa panchina, in lacrime accanto a lei, quando era ormai chiaro che il proprio sentimento era a senso unico. Rabbrividì a quel pensiero e le lacrime riaffiorarono ai suoi occhi. Cominciò a fischiettare quelle note tristi, scandendo le parole nella sua testa. Le aveva scritte convinto che il proprio cuore si sarebbe finalmente arreso, nel momento in cui avesse conosciuto l’uomo di cui lei, infine, si sarebbe innamorata:

Vorrei vedere quale viso il tuo viso accenderà

E per quale cuore il tuo cuore batterà

Vorrei vedere quali mani ti accarezzeranno

E quali occhi nei tuoi occhi danzeranno

 

Sceneggiatura. Se l’avesse scritta lui, la sceneggiatura, lei, improvvisamente consapevole dei propri sentimenti, l’avrebbe guardato e gli avrebbe sussurrato, con la voce spezzata dal pianto:

“Guardati allo specchio, quello è il viso che mi illumina… Ascolta i battiti del tuo cuore, quello è il ritmo a cui io danzerò con te… Guarda le tue dita, mentre suonano le corde di questa chitarra, quelle sono le mani che fanno vibrare la mia anima… Guarda i tuoi occhi nei miei occhi, quelli sono gli occhi che vorrò per la vita…”

Ma le cose erano andate diversamente. La sceneggiatura era differente, altri i copioni. Lei aveva sì pianto, chissà poi perché, ma non aveva detto nulla. Si era limitata ad alzarsi e ad andarsene via. Senza voltarsi indietro. Mai.

Ormai il sole era completamente tramontato. Faceva molto più freddo di prima, troppo, pensò, per stare ancora lì, ad attendere che sorgesse la luna. Sarebbe stato uno spettacolo magnifico. Si alzò, si mise la chitarra in spalla e s’incamminò nella direzione opposta a quella che, solo poche ore prima, aveva preso lei.