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Quella Sera

 

Quella sera il cielo era uno dei più belli che avessi mai visto. Mentre salivo in automobile verso le colline, le nuvole si stavano diradando e dopo una giornata di pioggia quello spettacolo era una vera benedizione. I colori che riempivano l’aria andavano dalle fredde sfumature grigie delle nuvole con sprazzi di blu al caldo rosa arancione del sole il quale, ormai stanco per aver cercato così a lungo di bucare quella coltre, era pronto a riposarsi per la notte; e la luna, una piccolissima falce, quasi un’unghia, mandava una flebile luce nella rimanente parte della volta celeste.

Fermai l’auto. Quello era il punto migliore per godere di quello spettacolo. Lo sapevo perché da lì ero passato un’infinità di volte. C’era un’altra vettura, ferma in quello stesso luogo, e subito non mi accorsi della presenza del proprietario. La donna stava lì, stretta nel suo stesso abbraccio come a proteggersi dal freddo e dall’umidità. O per difendersi dalle tristezze della vita. Il capo chino a contemplare nella direzione della valle mi fece pensare che doveva aver passato dei brutti momenti. Guardai anch’io da quella parte. Le nuvole basse avvolgevano tutto quanto al disotto di una certa quota; e i rilievi più alti spuntavano quasi come isole in quel mare di nebbia densa. I rumori della strada arrivavano affievoliti dalla distanza. La vista di quel paesaggio era altrettanto splendida di quella che si presentava alzando gli occhi. Ora la luce si era ulteriormente attenuata e cominciavano a vedersi anche le prime stelle. Volevo restare a bere quelle immagini quanto più a lungo possibile, ma avevo paura di aver invaso quello che mi parve il più triste momento di intimità di quella donna. Mi girai per andarmene, e così facendo la guardai. I nostri occhi si incrociarono per un solo, fugace istante, nel quale avvertii tutto il dolore che può essere comunicato con un semplice sguardo. Non era bellissima, ma la dolcezza dei suoi lineamenti faceva risaltare ancora di più la sofferenza di una ferita recente. Il viso era solcato da lacrime salate, sgorgate dalla fonte di due occhi la cui profonda intensità mi colpì con inaudita energia. Mi incamminai verso l’automobile, deciso a non disturbare oltre la solitudine di una persona che vuole vivere fino in fondo il proprio dolore. Troppe volte avevo provato quella stessa esigenza per indugiare ancora. Non avevo mosso che pochi passi quando la donna parlò, con una voce morbida perfettamente intonata alla sua figura:

“Non te ne andare, solo perché ci sono io”.

Mi fermai e, voltandomi, le rivolsi uno sguardo interrogativo; forse il momento in cui i nostri occhi si erano incontrati poco prima le aveva raccontato di me più di quanto potessi immaginare perché continuò, dicendo:

“Chiunque si fermi per meravigliarsi di fronte agli spettacoli che la natura a volte ci propone, merita di goderseli fino in fondo. Per favore rimani, se vuoi.”

Aveva colpito nel segno. Mi avvicinai un poco, mettendomi accanto a lei a contemplare il cielo e la valle. Restammo in silenzio per alcuni minuti. Mi voltai per guardarla meglio: non era giovanissima, e probabilmente aveva più degli anni che dimostrava. Nell’insieme era graziosa ed attraente. Ricambiò con fermezza il mio sguardo. Non aveva timore di mostrarmi le tracce del suo pianto recente. Impacciato, le sorrisi.

“Mio figlio”, disse.

“Piango per mio figlio. Ha 16 anni, compiuti da poco. È così giovane, ma ha già preso piena coscienza di sé e del mondo. Oggi, non so dire dopo quale altro avvenimento gli sia capitato, in lacrime mi ha chiesto, con la rabbia nel cuore e la morte negli occhi, perché mai lo avessi messo al mondo. È stato come un pugno nello stomaco, mi è mancato il fiato per la violenza di quella domanda. Non ho saputo rispondergli e forse, in quel momento, è stato meglio il silenzio.”

Tacque, mentre io continuavo a guardarla. Non potevo neanche lontanamente immaginare cosa potesse provare quella madre che sicuramente aveva fatto di tutto perché la vita di suo figlio fosse la più serena possibile. Cercai di capire, mi sforzai di capire, tornando con la mente ai periodi più bui della mia esistenza. E trovai, sepolto nei recessi del mio cuore, quanto stavo cercando. Il ricordo di me, di un ragazzino alle prese con il cuore e la mente accesi da mille entusiasmi, con le cocenti delusioni che solo i sogni infranti possono infliggere, con gli amori impossibili e le passioni brucianti.

E capii.

Capii tutta la stanchezza che segue la lotta per ottenere ciò che si desidera, senza poi raggiungerlo. Capii che la domanda, formulata in un momento di estrema disperazione, nascondeva anche un abbozzo di idea suicida. E lo capiva anche la donna. La sua voce mi strappò dai miei pensieri:

“Gli ho trasmesso questa maledizione, questa dannata percezione della vita. A vent’anni forse non ci pensi tanto; credi, anzi sei sicuro, che il meglio debba ancora venire, che il mondo sia lì, per te, pronto per essere conquistato… Ero convinta di avere qualcosa di bello da insegnare ai miei figli.”

Parlai per la prima volta, da quando mi ero fermato:

“Tuo figlio capirà presto che con il dolore bisogna convivere, come lo abbiamo imparato tu ed io. Ho guardato negli occhi la sofferenza mentre si tramutava pian piano in morte e si portava via, lentamente, una persona cara. Ho anche visto quella stessa morte colpire rapida e lasciare sulla strada i corpi inermi di amici. Ma non mi sono mai abituato al dolore, ho solo trovato il modo di accettarlo, di controllarlo… Anche se a volte sembra impossibile sopportarlo, anche se a volte piangi fino al punto di credere che non hai più lacrime…”

Mi rivolse uno sguardo a metà tra il sorpreso e il divertito, come se fosse assurdo parlare in quel modo tra due perfetti sconosciuti. Non aveva più gli occhi umidi.

“Ora so qual è la risposta a quella domanda”, continuò.

“Avrei dovuto spiegargli che lui è la parte migliore di me… Che per questo motivo vorrei tanto fosse lui a dire a me perché valga la pena di vivere… Che lui stesso è la ragione per cui gli ho dato la vita… In una sorta di circolo vizioso, volto a perpetrare il genere umano.”

Di tutte le motivazioni che avevo sentito, immaginato, scavato dentro di me quella era decisamente nuova. I figli si mettono al mondo per noia, per essersi arresi di fronte alla vita, per avere assistenza in vecchiaia, per darsi un bene superiore di fronte al quale tutto il resto perde di importanza, per un innato desiderio di immortalità. Tutte motivazioni inconsapevoli, comunque di natura egoistica. Naturalmente anche quella appena ascoltata scaturiva dall’io della donna. Però questa era velata di una poesia che mi sorprese e al tempo stesso mi commosse.

“La vita”, disse, “la vita ti frega. È triste e buia e grigia per la maggior parte. Poi, all’improvviso, è capace di donarti dei momenti meravigliosi che cancellano tutto il dolore nello spazio di un solo istante. Come il cielo di oggi, come il cielo che stiamo guardando adesso… Il cielo che solo due ore fa ci stava schiacciando sotto il suo peso di piombo… E ora è tanto leggero…”

“Già, è proprio così”, osservai.

“Ed io voglio, io cerco di essere il vento che spazza via le nuvole dal cielo del mio cuore. Un vento fatto di sogni, di desideri, di battaglie per strappare al grigiore della vita l’azzurro dell’entusiasmo. Io voglio sognare, e voglio fare di tutto perché questi sogni si avverino. È la lotta, è la lotta che ci fa sentire vivi, dolorosamente vivi. E ne vale la pena, sempre. Anche tuo figlio lo capirà. È solo che il cuore si trova sempre un passo davanti alla mente. E la mente stenta a stare dietro a questi balzi, arranca faticosamente. Con il tempo anche tuo figlio imparerà che le ferite subite guariscono, lasciando cicatrici che non gli impediranno di innamorarsi ancora di quanto un tempo lo ha deluso, non lo ostacoleranno nel suo tentativo di librarsi in volo. E volerà, un giorno… Magari per poco tempo, magari cadrà nuovamente a terra… Ma, appena riparate le ali, ci proverà di nuovo.”

Mi guardò incuriosita e mi parve volesse dire qualcosa, ma poi ci ripensò. Il suo viso si rasserenò un poco, proprio mentre pensavo che non sarebbe stato possibile per quei lineamenti regalare ai miei occhi una dolcezza più grande. Sembrava quasi che le mie parole le avessero reso evidente quanto già sapeva, ma non aveva mai saputo esprimere.

Ricambiai il suo sguardo, fissandola negli occhi.

“Questa sera, quando vai a casa”, dissi, “parla a tuo figlio. Digli le stesse cose che hai detto a me. Non è di certo troppo giovane per capire.”

Era completamente buio, ormai. Le sole luci che arrivavano fino al punto in cui ci trovavamo erano quelle fievoli dell’illuminazione stradale. Qualche auto di passaggio puntava brevemente i fari nella nostra direzione, ma passava oltre, indifferente a noi ed allo spettacolo del cielo sul quale stava già calando il sipario.

“Gli parlerò”, disse la donna, “gli dirò anche che a volte, quando meno te lo aspetti, incontri persone che riconosci istantaneamente come dei vicini di cuore. Io credo sia successo questo, tra noi due, in questa sera magica. E gli ripeterò anche quello che mi hai detto tu. Gli racconterò del nostro incontro.”

Ci salutammo, senza nemmeno dirci i nostri nomi, e tornammo ognuno alla propria casa, alla propria vita.

In seguito per anni sono passato dallo stesso luogo tutti i giorni, ma non ho mai più incontrato quella donna. Mi sono chiesto spesso come siano state la vita sua e quella di suo figlio, senza mai trovare una risposta.

Né mai più la natura mi ha riproposto uno spettacolo anche solo minimamente paragonabile al cielo di quella sera.