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Spicchi di Realtà

 

 

Lo Specchio

 

Guardo la figura dell’uomo di fronte a me.

Lo conosco, lo conosco molto bene. Da una vita intera.

Quell’uomo sono io. Non ho il minimo dubbio.

Eppure non so più dire chi sono.

Avvicino il viso allo specchio e il volto riflesso mi viene incontro. Quasi a muso duro.

Allora sorrido. Un sorriso storto, beffardo. Come a prendere per il culo me stesso.

Osservo le pieghe della pelle. Piccole rughe si sono disegnate attorno agli occhi. A testimoniare che la carne non è più quella di un ventenne.

Ho trentasei anni. Sono più vicino ai quaranta che ai trenta.

Dovrei essere un adulto, quindi. Una persona matura. Un individuo responsabile.

Alzo la mano destra verso il volto e l’immagine riflessa copia il movimento con il braccio sinistro. Mi strofino il mento e le guance ricoperti da una corta barba mentre ascolto il suono silenzioso e morbido delle dita tra i peli.

E mi chiedo una volta di più cosa significhi essere responsabili. Quali misteriosi contenuti si celano mai dietro questo aggettivo?

Un uomo è responsabile quando è pronto ad accogliere sulle spalle le conseguenze delle proprie azioni.

Questo è un assioma razionale. Limpido. Cristallino.

Prendere una decisione davanti alle scelte che ci si parano davanti presuppone l’analisi delle possibili configurazioni di realtà che andranno a formarsi in seguito alle nostre azioni.

Per poi scegliere in base al miglior compromesso tra costi e benefici.

Uno schema logico. Asettico.

Ma il cuore no. Il cuore no.

No.

Sposto gli occhi dai miei occhi e li poso sul mio petto, quasi a poter guardare attraverso la pelle, le ossa, i muscoli. Come se potessi vedere l’organo che pulsa sangue e vita nelle vene.

Instancabile anche in quegli istanti in cui vorrei che smettesse di battere, di gridare la sua voglia di volare. In quegli attimi in cui vorrei fosse lui a scegliere per me, decidendo di arrestarsi.

Per sempre.

Ma non è così semplice.

Non si può morire unicamente desiderando di morire.

Amo un’altra donna.

E questo invece è molto semplice.

Amo una donna che non è mia moglie.

Vista così appare già più complicata.

Riporto lo sguardo sul mio viso e mi perdo in dettagli insignificanti.

L’orecchio destro sporge più in fuori del sinistro.

L’occhio sinistro vede meglio del destro.

Alcuni capelli sulle tempie sono diventati bianchi.

Sono più vicino ai quarant’anni che ai trenta.

E sono più innamorato di quanto non lo sia mai stato. Sono più innamorato di un adolescente che si affaccia timidamente alla vita.

Il cuore vola, vola alto. E la mente, guinzaglio troppo corto per sentimenti tanto liberi, lo strattona indietro richiamandolo alla realtà di scelte ormai compiute.

Sarò davvero un irresponsabile se lascio mia moglie, la casa e una vita talmente quieta da apparire piatta?

Tento di immaginare il dolore di tutto questo.

Come il pezzo di un puzzle che d’improvviso salta fuori dal proprio posto e cerca di incastrarsi in una posizione non sua.

Creando scompiglio.

Deformando il quadro nella geometria e nei colori.

Calpestando la perfezione di una figura reale. Ma non più mia.

Giro gli occhi in direzione della finestra e la mia immagine riflessa sembra farmi il verso.

Una parodia di me stesso.

Guardo fuori, verso il cielo.

È sempre difficile trovare la collocazione corretta degli elementi di un puzzle con troppo cielo.

O con tanto mare.

E se io fossi uno di quei pezzi? Se io potessi spostarmi in un’altra posizione senza creare troppo scompiglio nelle forme e nei colori?

I miei occhi ora mi fissano. Sono severi e dolci al tempo stesso.

Mi penetrano il cranio e trapassano i miei pensieri.

Posso accettare le conseguenze delle mie scelte.

Posso sopportare il peso del dolore.

Ma non potrò mai, e solo io so quanto lo vorrei, farmi carico di tutta la sofferenza non mia.

Come quando si ammazza una persona. Si può pagare il prezzo verso la società, in diversi modi.

Anche con la stessa vita.

Ma niente restituirà ciò che è stato.

Niente.

Ci sarà sempre, da qualche parte, una ferita aperta a spurgare dolore insieme all’infezione.

Le spalle dell’uomo di fronte a me si incurvano lievemente, come gravate da un peso invisibile e tuttavia insostenibile.

Il viso è triste e stanco. Tirato.

Solo gli occhi mantengono una scintilla di ribellione.

E allora li osservo, quegli occhi. E tento di leggere le parole scritte là dentro e sbiadite da troppa acqua salata.

Le lacrime sono come gocce di collirio.

Prima annacquano la vista, rendendo i contorni meno netti e precisi.

Poi donano una visione più chiara della realtà.

Osservo i miei occhi riflessi nello specchio mentre piangono.

Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima.

E se è così allora anche la mia anima sta piangendo.