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La Password

 

Era la segretaria del nostro ufficio. Una donna intrigante. Perché non era solo di bella presenza, ma aveva pure una sostanza. Insomma, non si limitava ad apparire, ma era anche.

In tanti si erano innamorati di lei, ed io ero tra costoro. Ma nessuno mai avrebbe ammesso i propri sentimenti davanti agli altri. In ogni caso, noi tutti gareggiavamo per farle la corte e offrirle un caffè era veramente un’impresa titanica. Bisognava arrivare presto di mattina, e quasi farle la posta all’ingresso per poter avere il piacere della sua compagnia. Il risultato, per lei, era che in tre anni in quell’azienda non si era mai pagata una bevanda durante le ore di lavoro.

Dal canto suo sembrava che la donna riuscisse a gestire con disinvoltura questa vera e propria folla di pretendenti. Comunque non dava segni di prediligere nessuno tra noi. Eppure noi tutti sapevamo che non era sposata o fidanzata o legata in qualche modo a qualcuno. Possibile? Oppure, se anche aveva un debole per qualcuno di noi, dovevamo presumere che fosse abilissima nel celare le proprie preferenze.

In più di una circostanza io stesso l’avevo vista chiudere rapidamente un’e-mail e sollevare su di me uno sguardo colpevole, quando mi capitava di avvicinarmi a lei mentre digitava al suo computer. Se fossero state e-mail relative al lavoro non sarebbe stato necessario nasconderle. E poi quegli occhi colpevoli... Ero quindi convinto si trattasse di messaggi personali, magari indirizzati all’uomo dei suoi sogni. Il disagio che provavo a queste considerazioni era certamente basato su un sentimento di radicata gelosia, a fare duetto con la profonda attrazione che avevo per lei. Ma d’altra parte il suo atteggiamento, compiaciuto ma distaccato, non m’incoraggiava certo a dichiararle il mio sentimento. E così sembravano pensarla anche gli altri.

Capitò un giorno una cosa anomala. Lei era assente perché indisposta ed era urgente accedere ad alcuni files salvati sul suo computer. I dati in questione erano relativi al mio lavoro e quindi era naturale che fossi io a telefonarle a casa per sapere come potevo fare a reperire quelle informazioni indispensabili. Fece la cosa più logica e semplice: mi comunicò la password per accedere al suo computer. Non potevo crederci. Avevo la sua password! Almeno per un giorno, perché l’indomani lei l’avrebbe cambiata. Ma per quel giorno avrei potuto, molto maleducatamente e molto poco discretamente, curiosare nella sua posta elettronica. Avrei potuto soddisfare la mia curiosità, avrei potuto conoscere il destinatario di quei colpevoli messaggi, avrei potuto leggerne il contenuto.

Mi sedetti alla sua scrivania, legittimato dal capo bisognoso dell’analisi di quei dati, e accesi il computer. Digitai la password e, per prima cosa, mi misi alla ricerca di quei benedetti files. Una volta scovata la directory la ridussi ad icona, pronta ad essere ingrandita qualora si fosse presentato qualcuno a vedere cosa stessi combinando, e aprii il programma di gestione della posta elettronica, guardandomi attorno furtivamente. Ma gli altri sembravano non curarsi di me, immersi ciascuno nella propria attività. Metodica come era, la donna aveva diviso la posta di lavoro da quella personale, creando delle cartelle chiaramente identificabili: “posta personale in entrata” e “posta personale in uscita” erano certamente le cartelle di mio interesse. Ebbi un attimo di indecisione. Mi vergognavo molto più di un bambino che ruba la marmellata, ma la mia curiosità ebbe il sopravvento.

Sfogliando la cartella della posta personale in entrata non trovai niente di piccante: alcune e-mail dalla sorella, da un’amica, dalla mamma. Nessun messaggio da uomini. Strano. Mi spostai nei messaggi inviati. Qui ce n’era una moltitudine, la maggioranza spedita ad un’unica casella, inequivocabilmente intestata a lei stessa. Ancora più strano. Chi mai scrive a se stesso? D’accordo, a volte anche io lo faccio; ma sono dei promemoria che poi cancello. Stavo per ritirarmi, deluso, quando l’intuito mi suggerì di leggere almeno uno di quei messaggi. Compresi tutto dopo aver scorso con gli occhi solo poche righe. Scrivere a se stessa era un modo per tenere un diario, per fissare immediatamente le fuggevoli sensazioni di un istante.

Lessi rapidamente e avidamente quante più pagine potei di quello strano diario. E venni così a sapere cosa pensava di noi quella donna, cose che non avrei mai immaginato. Di ognuno amava un aspetto in particolare: di uno apprezzava le spalle larghe, di un altro gradiva il colore degli occhi e l’intensità dello sguardo, di un altro ancora le piaceva la voce, morbida e sensuale. Di me, e qui ebbi un tuffo al cuore, adorava le mani e il fondoschiena. Per fortuna non si limitava ai giudizi estetici. Andava oltre, indagava il nostro modo di affrontare la vita, basandosi semplicemente sulle conversazioni davanti alla macchinetta del caffè. Ma era intelligente, sapeva ascoltare ed osservare. Sapeva cogliere da pochissimi dettagli una molteplicità di informazioni.

Cercai ancora, tra le pagine di quel diario originale, qualche pensiero che parlasse nuovamente di me. Volevo conoscere la sua opinione nei miei riguardi. E finalmente trovai alcune righe, con la data di appena qualche giorno prima, in cui raccontava del mio cuore e della mia anima. Diceva:

“Da lui sono attratta perché non ha paura di sognare, perché desidera qualcosa e ha voglia di viverlo davvero, perché non ha paura di ridere e non ha paura di tirare fuori una dolcezza grande perché non se ne vergogna”.

Mi commossi davanti a questa immagine di me. Non avrei saputo descrivermi meglio. Se prima ne ero innamorato ora l’amavo anche. Ora non potevo più fare a meno di lei.

E gli altri pretendenti?, mi domandai. Non avevo più il tempo di indugiare. Decisi quindi di aprire l’ultima e-mail della lista. Era stata scritta il giorno precedente, nel tardo pomeriggio, quando solitamente in ufficio non c’è più nessuno. Erano poche righe, tristi e dense di punti interrogativi:

“Perché non riesco ad innamorarmi più? Perché riconosco la bellezza che abita nel cuore di chi mi circonda, ma non desidero nessuno di costoro? Perché forse non li merito. Che risposta stupida! Perché non so decidere quello che voglio? Perché ho paura di scegliere una di queste anime e di gettarmi nel vuoto per farmi salvare dalle sue braccia? Domande, domande, domande. E nessuna risposta, mai”.

Il tumulto di emozioni che agitava il mio cuore fece sgorgare qualche lacrima dai miei occhi. Chiusi il programma della posta elettronica, copiai i files che mi servivano e spensi il calcolatore.

Con la sua triste dolcezza quella donna ormai mi era entrata nell’anima, non potevo farci nulla. Avevo avuto la password del suo computer per un giorno. Ora volevo la password del suo cuore. Per sempre.