Home

Biografia

Ingegneria

Pubblicazioni Tecniche

Narrativa

Racconti

Romanzi

Concorsi

Foto

Contatti

News


  Racconti

 

Racconti tra le Dita

 

 

La Fila Sbagliata

 

Cinema. Molto buio, naturalmente. È un film horror decisamente sciapo, al limite della noia. A metà circa della proiezione decido di fare un giro fuori dalla sala. Così, tanto per fumare una sigaretta e riattivare la circolazione sanguigna nei muscoli intorpiditi.

Mi alzo e percorro rapidamente lo stretto passaggio davanti alla fila di sedili, cercando di disturbare il meno possibile gli altri sfortunati spettatori di quella scelta infelice. In qualche sguardo fuggevole alla tenue luce riflessa dallo schermo mi pare di cogliere una scintilla d’invidia per la mia decisione coraggiosa. Forse queste persone sono inchiodate lì dal loro compagno o compagna, che non li perdonerebbero facilmente se dessero forfait, anche solo per pochi minuti. A trattenerli non è certo la suspense della trama, decisamente pietosa. Ho già intuito le intenzioni dello sceneggiatore al punto che posso perdere qualche minuto di scene truculente e tornare al mio posto solo per soddisfare immodestamente la mia intelligenza, verificando una volta ancora di aver avuto ragione. Mia moglie dice che facendo così mi perdo il gusto della sorpresa che libri e film mi possono riservare. Mentre io penso sia meglio rimanere con la mente attiva, anche in situazioni potenzialmente passive, come la lettura di libri e la visione di film.

Ma mia moglie questa sera non è con me. Sono rimasto bloccato lontano da casa, durante una trasferta di lavoro, a causa di problemi che mi costringono a prolungare la mia permanenza in questa città. È stato esclusivamente per distrarmi che sono entrato in questo cinema multisala, scegliendo una pellicola dalle “tinte forti”, come decanta la locandina di fronte al posacenere. Il film mi perseguita anche quando mi sono deciso a prendermi una pausa da esso, considero ironicamente. Strizzo con violenza nel posacenere l’incolpevole mozzicone, per spegnere lui e la frustrazione di una giornata inconcludente.

Mi avvio verso la sala 7. Sono quasi arrivato alla porta quando questa si apre e ne esce un uomo, un altro spettatore che non ne può più. Ci scambiamo uno sguardo ed un sorriso di comprensione. Entro. È un film horror, le scene alla luce del sole non esistono. E il buio della sala è ancora più buio ai miei occhi, ormai abituati alla luce dei locali esterni. Fila M, posto 16. L’immagine di un M16 attraversa la mia mente come un lampo. Quel tanto che basta a farmi pensare che quella è l’arma che vorrei avere per sparare al regista. Mi arrampico sugli scalini, cercando di leggere le lettere poste alla base dei sedili di inizio fila e nel frattempo prestando attenzione a non inciampare per evitare il rischio di divenire un’attrazione cabarettistica. M, ecco la mia fila. Raggiungo il mio posto. Mi siedo ed una mano, inequivocabilmente femminile, prende la mia e la stringe. Mi giro per capire cosa stia succedendo e due labbra si posano sulle mie in un bacio lieve. L’altra mano si appoggia sul mio petto, indugia per un secondo tirandomi la cravatta con le dita. Poi le labbra si staccano, la mano abbandona le mie dita, raggiunge l’altra ed entrambe mi spingono indietro con forza. Una voce dolce ed al tempo stesso rabbiosa sibila, sussurrando:

“Hai la cravatta! Tu non sei Marco!”

La mia mente comincia a comprendere cosa sia accaduto. Non solo, penso anche di avere un’idea abbastanza precisa di chi sia Marco. È il tizio che ho incrociato sulla porta poco fa, il compagno di questa donna.

“No”, dico. “Purtroppo non sono Marco. Mi presento: sono Claudio. E tolgo il disturbo”.

Le porgo la mano destra e lei la stringe nuovamente, questa volta per educazione, nel ricambiare un saluto formale.

“Io sono Paola”, bisbiglia.

Mi alzo, percorro ancora lo spazio fra i sedili. Non penso che gli altri spettatori mi odieranno. Arrivo agli scalini, guardo la lettera che identifica la fila: H. Sono astigmatico, nessuno mi può biasimare se, al buio, ho confuso M con H.

Finalmente raggiunto il mio posto mi siedo, cercando di concentrarmi sulla proiezione, almeno quel tanto che basta per capire se avevo visto giusto già alla metà del film. Ma la mia mente continua a pensare a quanto possa essere strana la vita, a quale bivio avremmo potuto dare origine quella donna ed io, se entrambi non avessimo già avuto le nostre vite, srotolate in un passato certo ed un poco ingarbugliate in un futuro indistinto.

Nel frattempo Marco è tornato dalla sua Paola, il film è tristemente terminato nella sua banale e per me scontata ovvietà. Le luci si riaccendono. Mi alzo e guardo nella direzione del posto H15. Voglio vedere Paola distintamente. Anche lei guarda verso di me. Le sue labbra, che meno di un’ora prima si erano posate delicatamente sulle mie, si piegano in un sorriso. Marco la prende per mano ed insieme si dirigono verso l’uscita.

Resto in piedi, davanti al mio posto, e seguo entrambi con lo sguardo, consapevole del fatto che non li vedrò mai più.

Lei si gira un’ultima volta verso di me. E sta ancora sorridendo.