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La Differenza delle Parole
Il telefono cellulare vibrò ed emise un suono nella tasca della sua giacca. Sorrise, pensando ai continui progressi della tecnologia. Quello appena ricevuto era un SMS. Si emozionava sempre, quando riceveva uno di questi messaggi, anche se il mittente era la segreteria telefonica centrale, perché significava che qualcuno lo stava cercando, o lo aveva cercato. Qualcuno aveva pensato a lui, per una ragione o per l’altra. Aveva appena accompagnato la sua amica, dopo aver cenato insieme al ristorante, e ora stava tornando a casa, guidando l’automobile. Avrebbe letto il messaggio al primo semaforo rosso. Poteva, in effetti, essere la comunicazione di nuovi messaggi in segreteria, perché aveva appena riattivato il telefono dopo averlo spento per cenare in tutta tranquillità. Ma non lo era. Era invece della sua amica, salutata solo pochi minuti prima davanti al portone della sua abitazione. Diceva, molto semplicemente: “Mi manchi già”. Il semaforo divenne verde. Ingranò la prima e ripartì. Quelle tre parole, che avevano viaggiato attraverso l’etere unendo punti distanti tra loro appena qualche chilometro, gli scaldarono il cuore. Ricominciò a pensare a lei. Anzi, a dire il vero non aveva mai smesso di pensare a lei da quando le aveva augurato la buonanotte. Si stava innamorando, ne era pienamente cosciente. E questo lo rendeva euforico. Soprattutto perché era convinto che anche lei provasse per lui qualcosa di più della semplice amicizia. Quelle tre parole ne erano una prova quasi concreta. Ma ce ne erano state tante altre, di parole. Nei giorni e nelle settimane precedenti avevano avuto un fitto scambio di messaggi di posta elettronica (sorrise ancora, perché l’ultima volta in cui si era innamorato si usavano ancora la carta e la penna). Tornò nuovamente con la mente a tutto ciò che lei gli aveva detto e scritto. Quella sera stessa avrebbe trasferito quelle frasi su un foglio di carta, vergato a mano, come si faceva un tempo. Tanto sapeva che non avrebbe dormito, e questo poteva essere un buon modo per prendere sonno. Ricordò di una sera in cui, dopo una cena a casa sua, lei gli aveva preso le mani nelle mani, se le era portate al viso, le aveva sfiorate con le labbra. “Hai delle mani bellissime”, gli aveva detto. E lui aveva pensato che da quelle mani lei avrebbe tanto desiderato farsi accarezzare. Ma non aveva voluto forzare i tempi. Quella sera si erano salutati con un tenero abbraccio, che lui già allora avrebbe voluto eterno. E in quegli istanti, brevi quanto brevi aneliti, i loro cuori si trovarono talmente vicini da potersi toccare. Continuando a guidare verso casa rievocò altre parole ancora. “Ho bisogno di vederti, sentirti, guardarti, ascoltarti e viverti. Ne ho bisogno come dell’aria che entra in me ad ogni mio respiro”, gli aveva scritto. Si era commosso, allora, e anche adesso i suoi occhi si inumidirono. Anche lui aveva cercato e inventato e suonato parole per lei. Erano in sintonia, loro due. Le vibrazioni dell’uno facevano vibrare l’altra. Come la cassa armonica di una chitarra risuona amplificando le note di ogni corda. “Saremo per sempre parte l’uno dell’altra”, aveva detto lei. Quasi a sottolineare che, insieme, erano uno strumento perfettamente accordato. Quando tutto ciò era cominciato lui aveva lasciato, con grande sofferenza di entrambi, la donna che era stata la sua compagna fino a quel momento. L’aveva lasciata perché non sentiva più, per lei, le cose che aveva provato un tempo, le emozioni che, invece, ora albergavano nel suo cuore, alimentate dalle immagini evocate da tutte quelle nuove parole. Parole, parole, parole. Come la canzone. Di quelle parole si era nutrito, avidamente, senza mai tuttavia riuscire a saziarsi. Le aveva lette e rilette, fino a quando gli si impressero indelebilmente nel cuore, senza mai stancarlo, senza che mai gli apparissero logore. Ancora parole. Un giorno le aveva detto che la trovava bellissima. Lei aveva distolto lo sguardo, abbassando il viso, lasciandolo confuso, convinto per qualche istante di averla turbata. Ma poi lo aveva di nuovo cercato, con i suoi occhi luminosi. “Mi manca il respiro, ogniqualvolta mi fai un complimento”, gli aveva detto. Un’altra volta, prima che lei partisse per un viaggio di lavoro di pochi giorni, lo aveva guardato a lungo, seguendo ogni suo movimento con quegli occhi senza nuvole, senza ombre. “Voglio fissare la tua immagine nel profondo del cuore, per alimentare il ricordo di te nei giorni in cui non ti potrò vedere. Voglio ascoltare le tue parole, per evocarle nei giorni in cui non ti potrò sentire”, aveva sussurrato. Era ormai giunto a casa. Parcheggiò la vettura nel box. Alzò lo sguardo alla volta celeste, puntinata di stelle luminose e decise che presto avrebbe trovato le parole per dirle che l’amava. Domani, pensò, domani cercherò il modo di esprimere ciò che sento. E trovò le parole che cercava. Navigavano nel suo cuore, vagando liberamente. Erano lì, doveva solo afferrarle e metterle in ordine. E lo fece durante la notte, mentre anche la luna tramontava. Le scrisse solo tre righe, una brevissima e modesta poesia: Su di noi non potrà mai piovere Perché noi due voliamo oltre le nuvole Come due angeli che vanno incontro al sole Gli sembrava che in queste parole fosse racchiusa tutta l’essenza di loro due, tutto ciò che essi, insieme, rappresentavano. Erano poche parole, se confrontate con tutte quelle che si erano detti fino ad allora. Per questo motivo ne aggiunse altre: “Ti amo, non ho paura di ammetterlo. E voglio volare con te oltre le nuvole, voglio andare per sempre con te incontro al sole, tenendoti per mano”. Parole. Ma dietro quelle parole batteva un cuore gonfio a conferire ad esse significato e concretezza. Dava loro la solidità di un sogno che può divenire realtà. Gli telefonò, quella sera stessa. Si incontrarono per una cena al loro solito ristorante. “Io non sono innamorata di te”, gli disse, quasi casualmente, tra un piatto e l’altro. Pronunciò quelle parole, pesanti come macigni, con una contraddittoria leggerezza. Le pronunciò, lasciandole cadere come briciole sul tavolo. Parole che, scagliate invece come pietre, gli lapidarono il cuore. Lui abbassò la testa, improvvisamente conscio delle lacrime che stavano salendo ai suoi occhi. Solo pochi istanti prima non avrebbe avuto vergogna, di fronte a lei, delle proprie lacrime. Avevano anzi pianto insieme, ricordando qualche volta i dolori del passato di ciascuno. Ecco la differenza che possono fare poche parole, pensò. Il capo chino, lo sguardo fisso nel piatto davanti a lui, cercava di dare un senso a tutta la serie di parole di cui lei gli aveva fatto dono. Comprese le ultime, che lui in regalo mai avrebbe voluto. Cercava di applicare la logica a ciò che logico non può essere, forse qui stava l’errore. Ma sapeva che se avesse mostrato a chiunque il foglio scritto solo la notte precedente, prima di redigere la propria dichiarazione d’amore, riportando fedelmente le parole di lei, ebbene quel chiunque avrebbe concluso che la donna era innamorata del destinatario di quei pensieri. Lo sapeva per certo. Avrebbe fatto quel gioco. Ci avrebbe scommesso sopra, tra il serio e il faceto. E avrebbe vinto. Si alzò, senza più guardarla negli occhi, senza chiederle una spiegazione. Forse lo avrebbe fatto in seguito. E forse lei si sarebbe scusata per averlo illuso, per aver fatto soffrire la sua anima. Se ne andò. Ora voleva solamente odiarla, con la stessa profonda intensità con cui l’amava. Ora voleva solamente trovare e scriverle parole, ancora parole, taglienti come rasoi, viscide come lacrime, come sangue. Voleva che lei, leggendole e rileggendole, potesse scivolare e cadere. Voleva che fossero così violente da farle male, almeno la metà di quanto stava soffrendo lui, così cariche di energia da spazzare in un istante tutto il dolore che in quel momento gli stava dilaniando il cuore, quel cuore che lui avrebbe voluto strapparsi dal petto e gettare via, scagliandolo lontano per non sentirlo gridare più. Mai più. Sarebbe stato capace di trovare quelle parole, lo sapeva, come era stato sempre in grado di scrivere i propri sentimenti, le proprie emozioni. Aveva un lungo esercizio alle spalle. Ma sapeva anche che mai lo avrebbe fatto. Sapeva che tutte le parole, così cariche di veleno, che ora stavano affiorando alla sua mente sarebbero rimaste lì, inespresse, frustrate, ripiegate quasi, in un angolo del suo cuore. In attesa che la ferita, guarendo lentamente, le cicatrizzasse insieme all’immagine cristallizzata di due angeli che, le ali spiegate, volano incontro al sole. |
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