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L'Uomo Perfetto
“Ti amo”, disse lei d’un tratto smettendo di mangiare. Posò la forchetta. Poi appoggiò i gomiti sul tavolo ai lati del piatto, intrecciò le dita dalle unghie smaltate di rosso e vi depose il mento. Studiò l’espressione dipinta sul viso dell’uomo seduto in fronte a lei. Lui continuava a masticare, totalmente indifferente. Aveva la stessa aria di un individuo a cui fosse stato detto: “Oggi ho comprato un paio di scarpe nuove.” Succede sempre così, pensò lui sospirando. Sempre. Presto o tardi con lui ogni donna giungeva a pronunciare quelle due parole. Poteva accadere mentre passeggiavano sottobraccio nel parco ad ottobre, tra le foglie che il vento frizzante d’autunno faceva cadere loro addosso. Oppure nel buio della sala di un cinema, durante la proiezione di un film. O a letto, dopo che avevano fatto l’amore e giacevano, sudati, a riprendere fiato. Ma capitava sempre. Immancabilmente. Non è che lui fosse particolarmente bello. Non aveva l’aspetto di un attore di cinema. Era tuttavia affascinante. Ben vestito e perfettamente curato, aveva dei modi gentili, era sempre educato, garbato. Posato. Sicuro di sé ma non arrogante. Un perfetto cavaliere. Trattava tutte le donne con delicatezza, facendole sentire speciali. Importanti. Entrava per primo nei locali nuovi e mai frequentati, le aiutava a liberarsi dal soprabito, dal cappotto o dalla pelliccia. Scostava loro la sedia per farle accomodare e si alzava ogniqualvolta loro si alzavano. E offriva sempre lui. Qualsiasi cosa: cene, cinema, gelati, aperitivi, caffè. Qualsiasi cosa. Ogni tanto comprava per loro qualche pensiero. Piccoli oggetti, fiori. Sapeva discorrere di tutto: dai vini alla politica, dalla storia alla musica, dalla letteratura alla banale quotidianità. Era un uomo perfetto. Lei continuava a fissarlo, in attesa di vedere l’effetto di quelle due parole. Poi pian piano il sorriso cominciò a scivolare via dalle sue labbra, mentre si rendeva conto che lui non avrebbe detto nulla. Qualche lacrima iniziò a salire ai suoi occhi per poi sgorgare e trovare sfogo sulle sue gote, trascinando con sé il leggero trucco indossato per quella sera, per quell’occasione. Come un acquerello esposto alla pioggia anche i colori del suo cuore si confusero, mescolandosi, nel caos di sentimenti che contrastavano la sua anima. Lui continuava a masticare un boccone dopo l’altro. Senza guardarla. Senza dire nulla. Succede sempre così, considerò nuovamente. Gli era capitato decine di volte. Sollevò gli occhi e la guardò. Infine. “Io no”, affermò con naturalezza. E non si capì se intendesse dire: “Io no, non ti amo”, oppure: “Io no, non amo me stesso”. Perché i lineamenti del suo viso e l’opacità del suo sguardo avrebbero tranquillamente potuto esprimere entrambi i concetti. Lei si mise in piedi, le gambe un po’ tremanti per l’emozione. Lui si alzò con lei. Un perfetto cavaliere. Lei prese il cappotto dalla spalliera della sedia. Lui l’aiutò ad indossarlo. Lei si incamminò verso la porta del locale, il passo lievemente insicuro sui tacchi alti ed eleganti. Lui, lo sguardo già più leggero, la osservò mentre si allontanava. Poi tornò a sedere, prese la forchetta e ricominciò a mangiare. Le lacrime di lei gli scivolarono addosso sulla pelle impermeabile. Impenetrabile. Come un terreno eccessivamente arido sul quale la pioggia da troppo tempo non cade. Gli scivolarono addosso senza arrivargli al cuore. Come già era accaduto decine di altre volte.
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