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L'Orsetto di Peluche

 

Quando penso ai miei rapporti con il gentil sesso è così che mi sento: un orsacchiotto di peluche. Un oggetto di pezza cucito tanto abilmente che ti viene voglia di morderlo, di strizzarlo, di abbracciarlo. Ma niente più. Nemmeno le donne più pervertite penserebbero mai ad un rapporto sessuale con un peluche. Forse anche a causa dell’intrinseca tenerezza del dolce animaletto. Ecco, le donne con me si comportano nello stesso modo. Mi raccontano tutto di sé, delle loro tristezze, dei loro dolori, dei loro amori. Davanti a me non si vergognano di piangere. E quante lacrime ho visto sui loro visi, quante ne ho asciugate.

Come all’orsacchiotto di pezza, mi assicurano che offro conforto, che sono dolce, che capisco, che ho un cuore grande. Già, un cuore grande. Grande ed eternamente malato d’amore. Come all’orsetto, anche a me donano abbracci, mi regalano carezze, mi sussurrano parole dolci. Potrebbero addirittura giungere a tenermi accanto a loro, nel letto, sotto le stesse lenzuola. Come l’orsetto, compagno di tante infantili disperazioni.

Ma, a differenza del peluche, i miei occhi non sono di vetro. I miei occhi piangono. Diversamente dal peluche, dietro le cuciture della mia pelle batte un cuore che può sanguinare. Nel mio cervello esiste una ghiandola, l’ipofisi, che funziona dannatamente bene. E quando mi innamoro non mi bastano le parole dolci, destinate agli animaletti di pezza. Non mi bastano nemmeno gli abbracci. O le carezze.

Ma qui il gioco magico finisce.

Perché nessuna donna farebbe mai l’amore con un peluche.