Home

Biografia

Ingegneria

Pubblicazioni Tecniche

Narrativa

Racconti

Romanzi

Concorsi

Foto

Contatti

News


  Racconti

 

Racconti tra le Dita

 

 

L'Autogrill

 

Autostrada. Lunga e diritta, come canta Guccini. Sono sveglio da due ore in questa fredda mattina di fine inverno. La posizione di guida che preferisco, leggermente raccolta, il chilo messo su nella settimana precedente, la cintura di sicurezza: tutto preme sulla mia vescica. Sono le sette del mattino e fa troppo freddo perché ci sia nebbia. Infatti è brinata, durante la notte, ed è caduta tutta nei campi ai lati del il nastro d’asfalto che la mia piccola utilitaria sta divorando vorace. Un neurone, appena un po’ più sveglio degli altri, si sofferma brevemente sul luogo comune che, per i maschi, l’automobile rappresenta l’estensione fallica del proprio ego. Sorrido pensando che più corta della mia vettura esiste solo la Smart. Mi piacerebbe sapere da questi psicologi da quattro soldi se la considerazione che a me sono sempre piaciute le vetture piccole sia sintomo del fatto di non avere bisogno di protesi sessuali, oppure se la mia necessità è talmente elevata che il mio ego è senza speranza e si riflette nella scelta di automobili piccolissime. Adoro la Smart. Solo ragionamenti di tipo economico mi impediscono di comprarla.

Mi guardo attorno nel tentativo di distogliere il pensiero dalla vescica. Il sole ha donato a noi pendolari dell’autostrada un’alba meravigliosa, ricca di colori intensi e nitidi. I REM cantano “Loosing my Religion”. Ma né le emozioni visive né quelle uditive sono sufficienti a distrarmi dall’assillo della funzione fisiologica che chiama. Nemmeno i più devastanti pensieri della settimana di lavoro che mi aspetta riescono a mantenere la mia attenzione concentrata su se stessi. Anzi, mi spingono verso un’altra, collaterale, funzione fisiologica. Niente da fare. Devo fermarmi, ma non in una piazzola di servizio. Non perché abbia paura di inquinare, ma semplicemente perché il mio pudore mi impedisce di estrarre le mie pudenda esponendole, quand’anche per pochi istanti appena, alla vista di camionisti ed automobilisti che sfrecciano veloci. Se fosse più buio non avrei problemi. Ed ecco che, quando la pressione sembra ormai intollerabile, si para alla mia destra il cartello dell’autogrill. Mi sposto sulla corsia di decelerazione, imbocco l’ingresso dell’area di servizio e parcheggio l’automobile.

Camminando leggermente piegato in avanti per non tendere oltre la vescica, che nella mia mente ha ora le parvenze di un otre reso lucido dalla tensione sostenuta dalla sottile membrana, mi avvicino all’entrata. Il locale è pieno di gente ancora assonnata alla ricerca del proprio risveglio dentro una tazzina di caffè caldo. Qualcuno ne approfitta per una colazione più sostanziosa. Non mi curo di nessuno e mi lancio giù per le scale che portano ai telefoni e alle toilettes. Seguo l’icona che rappresenta il maschietto e mi precipito verso i gabinetti, rigorosamente quelli con la porta. Dramma esistenziale: sono tutti occupati! Lo stesso pudore che mi impediva, qualche minuto prima, di orinare in una piazzola dell’autostrada mi inibisce l’utilizzo degli orinatoi a muro. È sempre stato più forte di me, fin da piccolo. E pensare che ci sono uomini che riescono perfino a conversare in una situazione secondo me esclusivamente personale:

“Come è andata oggi?”

“Non me ne parlare, guarda. Due palle che non hai l’idea. Anzi va, te le faccio vedere, se vuoi!”

Roba dell’altro mondo.

Sono lì in attesa che si liberi uno dei gabinetti con porta, quando l’addetta alle pulizie mi si avvicina alle spalle:

“Se sta aspettando, può utilizzare uno di quelli di là”, mi dice indicando la porta con incollata sopra l’icona delle femminucce. “Tanto non c’è nessuno”, prosegue costei scrollando le spalle.

Il disagio in me é troppo forte per obiettare che non mi sembra il caso. Mi dirigo quindi a testa bassa verso la prima porta aperta e mi infilo nel loculo. La Litizzetto dice che un maschio è pigro se si siede anche per espletare questa funzione. Io, invece, ritengo esistano delle situazioni in cui sia indispensabile anche ai maschietti assumere la posizione accovacciata: primo, si è più rilassati e nella condizione in cui mi trovo ora ne ho davvero bisogno; secondo, si evitano gli spruzzi di rimbalzo che un getto violento può generare. In questo sono rimasto condizionato da mia madre, una vera maniaca delle pulizie. E poi che diamine, questo è un cesso da donne, non è abituato a vedere apparati genitali maschili svolazzanti. Ma nonostante tutto, questo loculo non è molto diverso dai corrispondenti maschili. La sola differenza è rappresentata da un cestino. Per gli assorbenti usati, deduco io.

Dopo aver fasciato la tazza con la carta igienica, neanche fosse la mummia di Ramses, mi siedo, faccia alla porta, e noto con orrore che quest’ultima non si chiude a dovere. La mia preoccupazione si attenua pensando che, in fondo, fuori c’è la donna delle pulizie a far da guardia. Tuttavia la mente vaga e comincia a pensare a cosa potrebbe capitare se dovesse entrare una donna. L’idea mi eccita e questo mi procura qualche problema nell’espletazione, fortunatamente ormai giunta al termine, di quella banale funzione fisiologica. Sto per alzarmi dalla tazza-Ramses quando dei passi si dirigono rapidi verso il gabinetto che sto occupando. La porta si spalanca ed una donna sulla quarantina mi si para davanti: scarpe eleganti con tacco alto, minigonna, camicetta di seta scollata, pelliccia slacciata, borsetta. Nel complesso una donna bellissima, attraente. Dopo un primo, brevissimo attimo di sorpresa, mi guarda, dapprima in viso e poi un po’ più giù, dove le fantasticherie di poco prima hanno lasciato il loro evidente segno. Sono paralizzato, non so cosa dire. Ma è lei a parlare, con voce arrochita:

“Beh, sono venuta fin quaggiù solo per masturbarmi, ma vedo che sono fortunata e ho trovato di meglio”.

Chiude la porta alle sue spalle. Io sono inchiodato sulla tazza in una posizione poco dignitosa. Il mio viso è all’altezza del suo pube. La mia erezione di poco prima riprende vigore. Lo nota anche lei. Solleva la gonna, già corta di per sé, mostrandomi il ciuffo di peli. Non ha gli slip e indossa calze autoreggenti. Ora la desidero. Estrae rapida dalla borsa una bustina, un preservativo. Lo libera dalla confezione con mani esperte e, prima che io possa fare un solo movimento, me lo infila con destrezza. Da quando è entrata non sono trascorsi più di sessanta secondi. Entrambi però siamo pronti per un rapporto totalmente fuori dal comune, almeno per me.

Mi siede sopra e si penetra da sola, con mani sapienti. Comincia a muoversi, dapprima lentamente e poi sempre più veloce. Quelle oscillazioni fanno ondeggiare i suoi seni sotto la seta della camicetta. Vedo il disegno dei capezzoli che premono con forza per uscire. Non porta il reggiseno. Le mie mani sono sui glutei, le sue intorno al mio collo. Ha la testa piegata all’indietro, gli occhi chiusi. Passo le mie dita sotto la camicetta, sulla sua schiena. Percorro i suoi fianchi, salgo fino ai seni. Non sono grossi, stanno in una mano. Ma i capezzoli sembrano enormi. Vorrei baciarli attraverso la seta, ma lei mi respinge. Intuisco che non vuole un contatto di labbra. Troppo intimo, forse.

Continua a muoversi, sento che sta per esplodere e anche io sono quasi lì. Orgasmo simultaneo, difficile da raggiungere anche per una coppia affiatata che fa l’amore da anni.

Si alza, si sistema camicetta, gonna, capelli ed esce come era entrata. Io resto lì, come un cretino, ancora per qualche minuto. Non credo a quanto è successo. Dov’è finita la donna delle pulizie?

Mi ridesto a tre metri da un TIR, che mi ha tagliato la strada per superare un bradipo più lento di lui. Con la ridicola differenza di velocità tra i due, il sorpasso probabilmente vedrà il proprio termine dalle parti di Napoli. Non è che stessi propriamente dormendo, ma certamente ero distratto. Mi sposto sulla corsia di sinistra per passare entrambi. E mi rendo conto che ora c’è un motivo in più a premere contro la mia vescica. Le immagini evocate dalla mia fantasia non mi sono state certo di aiuto. Per fortuna fra tre chilometri c’è un autogrill...