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Racconti tra le Dita

 

 

L'Ascensore

 

La vedeva tutte le mattine.

La incontrava sull’ascensore del palazzo dove entrambi lavoravano. La Società era grande, molti i piani della costruzione, numerosi gli impiegati.

In mezzo alle persone che li circondavano, lui la cercava con gli occhi e quando la coglieva non poteva fare a meno di fissarla. Qualche volta si trovavano soli, sull’ascensore, per un qualche capriccio del destino. Allora si sorridevano, per cortesia. Perché non si conoscevano. Lui aveva chiesto ad un collega se per caso fosse informato di chi fosse, di cosa facesse. Quindi ora sapeva il nome della donna. Ora sapeva che era sposata e aveva una figlia.

Lei aveva certamente qualche anno più di lui. Tre, forse quattro.

E quando sorrideva il resto del mondo perdeva un po’ della propria luce, come se questa fosse catturata e poi riflessa dai suoi occhi, attorno ai quali le piccole rughe tracciavano come dei raggi di sole. Il sole disegnato dalla mano dei bambini.

Era bellissima.

E voleva dirglielo, senza tuttavia trovare mai il coraggio di farlo, in quelle rare occasioni in cui l’ascensore li portava, soli, ciascuno al proprio piano, alla propria occupazione. Perché in fondo lui era un timido. Un timido celato dietro una fasulla spavalderia. Aveva imparato ad avere sempre l’ultima parola, in una discussione. Aveva imparato a non farsi mai cogliere di sorpresa. Aveva imparato a dire di sé, ridendo, quanto di peggio si potesse immaginare. In questo modo disarmava gli eventuali nemici. Perché come si può fare male a chi dimostra di non soffrire? Aveva imparato la tecnica mutuandola da un’altra appresa ai tempi della scuola, quando i ragazzi più anziani e prepotenti a San Firmino si dilettavano nel sadico esercizio di pasticciare con pennarelli indelebili i visi e i corpi dei più giovani. Aveva capito che più ti opponevi e più loro si divertivano. Così una volta li aveva colti di sorpresa, offrendo spontaneamente volto e braccia e schiena alla loro grafomania. Lo avevano lasciato stare. Perché non c’era gusto, a quel modo. Quella tecnica psicologica non funzionava sempre, chiaro. Ma nel novanta percento dei casi aveva successo.

Anche quest’altro metodo, quello di prendersi in giro prima di concedere agli altri il tempo di farlo, non era sempre valido. Ma gli consentiva di sopravvivere, limitando i danni. E faceva sorridere gli amici.

Era un timido.

Ma un giorno in cui si sentiva più audace, un giorno in cui credeva maggiormente nella propria simulata indifferenza, l’ascensore li trovò soli. Per il tragitto di alcuni piani appena.

E allora glielo disse.

“Hai negli occhi la luce ancora di una bambina. Per questo sei bellissima.”

Lei lo guardò senza capire, in principio. Poi sorrise, imbarazzata, compiaciuta, timorosa di essere presa in giro. Forse era molto il tempo trascorso dall’ultimo complimento ricevuto. E questo giungeva, inaspettato, da un uomo che lei aveva giudicato per lunghi mesi un semplice collega di lavoro, un compagno di tanti brevi viaggi verticali. Non sapeva nulla di lui, ma i suoi occhi brillarono ancora di più. Ciascuno il sole disegnato dalla mano di un bambino.

“Tu sei come me”, continuò lui.

“Nonostante tutto ciò che la vita può averti regalato oppure negato, sei convinta che il meglio debba ancora venire. Non sai il perché, ma senti che è così. Lo senti nel profondo del tuo cuore, nell’immensità del tuo soffio vitale.”

Tacque mentre lei lo guardava, l’anima spogliata e nuda davanti a questa verità tanto evidente.

“Cosa vuoi da me?”, domandò lei, le parole velate da un cinismo non realmente sentito.

“Non ti chiedo nulla, perché nulla ti posso offrire”, rispose lui abbassando lo sguardo ora colmo di luce spenta.

“Chissà. Magari un giorno potremo sottrarre alle nostre vite alcuni momenti di felicità da donarci reciprocamente. Senza avere nient’altro di più. Mai più”, disse infine.

Si guardarono ancora, intensamente. Gli occhi riflessi negli occhi e negli specchi dell’ascensore a moltiplicare l’immagine irreale di loro due, sospesi per alcuni istanti in un’altra dimensione.

Poi l’ascensore rallentò e si fermò. Le porte si aprirono e altre persone diluirono l’intima atmosfera che si era creata tra loro. I nuovi arrivati come intrusi disciolsero respirandola l’aria carica di attesa.

Forse un giorno, un giorno in cui fossero stati ancora soli, in un’altra occasione o in un’altra vita, avrebbero premuto il tasto per bloccare la corsa dell’ascensore e lo scorrere del tempo.

Per donarsi pochi istanti.

Aneliti di felicità rubata.