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Il Primo Amore non si Scorda Mai
Milano. Via Canonica, dalla parte in cui questa si incontra con la via Paolo Sarpi. Questa zona della città viene ormai definita unanimemente la “chinatown” milanese, tanti sono i cinesi a popolarla. Ed in effetti è davvero difficile incontrare dei visi dai tratti europei. Mia moglie ed io stiamo camminando nella direzione dell’Arena, percorrendo il marciapiede sulla sinistra della strada. Ad un certo punto la via si allarga, aprendosi a seguire la folle topografia dell’edilizia urbana, sviluppatasi in quello strano modo per misteriosi motivi. L’area è stata bombardata, durante la seconda guerra mondiale, e palazzi di realizzazione più recente si affiancano ad edifici più antichi. Forse è stato questo. Nella fretta e nella disperazione della ricostruzione post-bellica si è badato poco alla conformazione che avrebbero assunto le strade. Questo slargo si apre un poco prima dell’incrocio tra la via Cagnola, la via Giusti, la via Morazzone e, appunto, la via Canonica. Al punto che quel tratto potrebbe tranquillamente essere definito “piazza” o “largo”. La piazza Morselli, situata un poco più avanti sempre lungo la via Canonica, è molto più piccola di questo spiazzo ed è stata definita, appunto, piazza. È il tardo pomeriggio di un sabato primaverile. La temperatura è gradevole e una lieve brezza soffia leggera. Il cielo è limpido, tinto da un azzurro via via più scuro mentre il sole sta ormai tramontando. A Milano ci sono giornate così, considero con una certa nostalgia. Proprio questa malinconia mi ha spinto a fare un giro nelle vie della mia infanzia, nel quartiere in cui sono nato e cresciuto. Dove ho vissuto per oltre trent’anni. Siamo appena sbucati nello “spiazzo che non è una piazza”, dopo aver percorso in fila indiana lo stretto marciapiede che lì conduce. Un donna, con in mano una borsa della spesa e con due marmocchi al seguito, ci viene incontro. È europea. E i due marmocchi non sono poi così piccoli: il più grande avrà dieci anni, l’altro forse sette, ipotizzo. Guardo la madre, mentre la distanza tra noi si fa a mano a mano meno distante. La conosco, non posso sbagliarmi. Il mio cuore prende a battere con più forza. Sì, è lei. Anche la donna mi sta fissando, mentre cammina. Forse anche lei mi ha riconosciuto. I nostri sentieri si stanno ormai incrociando. I nostri volti volti l’uno verso l’altra. Passiamo oltre e la distanza tra noi torna ad aumentare, i visi nuovamente fissi davanti al nostro cammino. Ma dopo pochi metri entrambi ci arrestiamo e ci giriamo, quasi all’unisono. La donna poggia la borsa a terra e si porta le mani al viso sorridente. Anche le mie labbra si piegano, mentre torno sui miei passi per raggiungerla lì dove si è fermata. Anche i due bimbi, per quanto impegnati a giocare, discutere, litigare tra loro, si sono resi conto che la mamma si è presa una pausa dal proprio incedere. E, incuranti di quanto sta accadendo, proseguono nella loro attività in attesa di riprendere il cammino interrotto. Mia moglie mi segue, restando leggermente in disparte. Ormai ho raggiunto la donna. “Michela!”, esclamo. Un bacio tra vecchi conoscenti, vecchi amici. “Claudio. Ti ricordi di me, dopo tanti anni!”, risponde lei. Come posso dimenticarmi di lei? È stata il mio primo amore, quando eravamo compagni di classe in prima media. Quando frequentavamo l’edificio che si trova a pochi passi da noi, in via Giusti: la scuola media Luigi Einaudi. Sono trascorsi più di vent’anni e un’infinità di cose sono accadute alle nostre vite. Lei ha due figli, io sono sposato. Ci guardiamo, entrambi incapaci di parlare. È ancora bellissima, sembra ancora quella di tanti anni prima. Il viso triangolare, un delizioso nasino alla francese, due intensi occhi color nocciola, i capelli naturalmente ricci tra i quali si intravede qualche filo d’argento, un sorriso incantevole. Il bimbo più piccolo interviene a rompere quell’atmosfera, tirando la mamma per mano, invitandola a proseguire. Io la guardo ancora. All’età di undici anni il suo seno non era certo sviluppato. Ora, oltre agli anni, ci sono due allattamenti a dare una mano alla forza di gravità. Tuttavia il suo fisico ha reagito bene e la trovo in forma. Nel frattempo lei è riuscita a convincere il figlio a portare pazienza ancora qualche minuto. Il piccolo è tornato dal grande e i due hanno preso a rincorrersi sul marciapiede, giocando un gioco noto solo a loro. Anche lei mi sta studiando. E anche io ho i miei chili di troppo. Qualche capello in meno. Una barba che sul volto di un undicenne era difficile persino immaginare. Unica costante gli occhiali. Li portavo già allora, forse troppo grandi, a coprire il viso ancora di un bimbo. “Io non potrei mai dimenticarmi di te”, dico. Tanti anni prima mi ero comportato, con lei, come si comportano gli innamorati immaturi: avevo incaricato un mio amico di informarla che mi piaceva. Troppo timido per farlo di persona. Timoroso di un rifiuto impossibile da sopportare. Lei capisce l’allusione. Sorride, abbassa il capo. Poi rialza il viso e punta gli occhi in direzione di mia moglie, rimasta un po’ appartata per non disturbare l’incontro di due persone appartenenti ad un’altra vita. Un altro mondo. Un altro sistema solare. Mi riscuoto. “Michela, ti presento mia moglie Stefania.” Si stringono la mano, sorridendosi cordialmente. Poi lei si gira e con un ampio gesto della mano indica i due ragazzini dalle inesauribili energie. I suoi figli, spiega. “Ma tu”, dico ancora, “come fai tu, a ricordarti di me?” In effetti avevamo condiviso sola la prima media. Io poi avevo cambiato scuola per decisione di mia madre. Ed in seguito non ci eravamo più visti. Lei sorride ancora con una leggera scrollatina di spalle e dice: “Perché mi facevi ridere. Come parlavi, quello che dicevi, la tua timidezza, come ti muovevi. Tutto di te mi faceva ridere”, risponde. Non c’è cattiveria nelle sue parole. Nemmeno ironia. Solo il dolce ricordo di una bambina che per la prima volta divide le ore della giornata con i maschietti, dopo le elementari e l’oratorio esclusivamente femminili. Decido di non scavare nelle sue parole. Non voglio sentirmi dire che mi trovava buffo. O, peggio, ridicolo. Il bimbo piccolo torna alla carica. È noioso come tutti i bimbi. Si è stancato di attendere la madre in mezzo alla strada. Vuole andare a casa, certamente a raggiungere qualche giocattolo di cui si sarà già dimenticato prima ancora di varcare la soglia. Non li trattengo oltre. “Mi ha fatto un immenso piacere rivederti”, le dico. Ed è vero. I ricordi mi hanno sopraffatto. La retorica constatazione del triste correre del tempo si affaccia alla mia mente. La ricaccio indietro. Ma non posso fare a meno di pensare che suo figlio, quello più grande, ha la stessa età che avevamo noi quando io le feci pervenire la mia timida dichiarazione d’amore. Chissà se anche lui è innamorato? “Anche per me è stato un piacere”, risponde Michela. Poi raccoglie la borsa della spesa, si volta e riprende il cammino interrotto qualche minuto prima, richiamando i ragazzini. Resto ad osservarli finché, giunti al limitare dello “spiazzo che non è una piazza”, scompaiono dietro l’angolo da cui parte lo stretto marciapiede. Stefania mi sfiora un braccio. La sua mano scende fino a trovare le mie dita. Le stringe un poco. La guardo. Ci sorridiamo e, tenendoci per mano, anche noi riprendiamo il cammino lungo le strade della mia nostalgia. |
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