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Racconti tra le Dita

 

 

Il Faro

 

Lei era sempre lì. Una presenza costante, confortante, rassicurante. Un punto di riferimento luminoso, al quale guardare nelle notti buie, nei giorni di tempesta, nella nebbia che, a tratti, cala densa sulla vita. Un faro. Resistente alle bufere. Come a volte si vede in certe fotografie, o in alcuni quadri: un faro che, solo e spavaldo, fronteggia le onde del mare che si accaniscono nel tentativo di svellerlo, di costringerlo a venire meno alla sua funzione. Nel tentativo di mietere vittime tra i viaggiatori.

Si erano conosciuti anni prima, quando lui sapeva cosa voleva, ma non riusciva a vedere distintamente la strada che lo avrebbe condotto là dove voleva andare. Quando i mille vialetti del suo cuore non lo portavano da nessuna parte, quando cercava di divenire ciò che non era, nel tentativo che sapeva disperato, ma ciononostante sperava non vano, di dimenticare, invece, ciò che era.

Si erano riconosciuti subito, dopo poche parole scambiate sul treno della metropolitana di Milano, come due persone con le stesse percezioni, gli stessi desideri, gli stessi sogni. E avevano sognato a lungo, seduti sulle panchine del parco, perduti in ore fatte di parole e di sguardi, mentre la primavera fioriva intorno a loro. Lei aveva gli occhi luminosi, ridenti anche quando i tratti del viso conservavano una sorta di apparente serietà. A volte neppure le lenti scure degli occhiali da sole riuscivano a contenere il loro bagliore. Quegli occhi erano, nei giorni tempestosi, come la promessa di un arcobaleno, che presto o tardi sarebbe apparso nel cielo. O la luce del faro. Lui pensava che lei fosse la cosa più bella che avesse mai avuto l’onore e il privilegio di incontrare nel suo eterno vagolare. Lei forse vide in lui ciò che nemmeno lui distingueva chiaramente. Forse fu la luce del faro ad illuminare quelle stanze, così scure, del suo cuore. E a permettergli di accettare, sotto i raggi di quel nuovo bagliore, ciò che il buio precedente rendeva intollerabile.

Si innamorarono. Lui l’amava perché lei aveva voluto, di più, aveva desiderato anche quella parte di lui che egli stesso avrebbe dato via, senza minimamente soffrire della perdita. E lei lo amava perché era un sognatore, un idealista, un uomo che non avrebbe accettato tutti i compromessi della vita, un uomo per il quale anche il mondo intero appariva troppo piccolo. Lo amava, per questo, e forse in quel momento non capiva che proprio tutto ciò avrebbe potuto farla soffrire. Come fece.

Gli anni passavano e lui viaggiava, con il cuore e con la mente, cercando spazi dove poter respirare liberamente, cercando nuove mete, a tratti indistinte, spesso invece luminose come stelle. Viaggiava, da solo, a volte tentando di portare con sé anche lei, a volte servendosi delle proprie ali per librare in volo entrambi. Mai stanco di perseguire nuovi obiettivi, mai pago di ciò che riusciva ad ottenere, mai fermo a gioire per le conquiste raggiunte. In eterno movimento. “Perché il movimento è vita”, diceva.

Gli anni trascorrevano veloci, ma il faro era sempre lì, con la stessa intensa luminescenza di un tempo. Le tempeste avevano forse scalfito un poco lo smalto delle pareti, ma era ancora solidamente piantato sulla roccia.

“Perdonami, se non riesco a viaggiare con te”, gli disse una volta. “Perdonami, se non riesco a volare in alto, così in alto, con te. Perdonami se, per questo, ti ho deluso”.

Ma cosa mai poteva avere lui, marinaio di sogni irrealizzabili, capitano di vascelli stipati di desideri impossibili, da perdonare a lei, faro della sua vita? Niente. Nessun torto, nessuna colpa, nessun peccato.

Non è forse doloroso essere lì, sull’estrema lingua di terra che, come una lama, fende il mare, ad illuminare le onde senza tuttavia avere la possibilità di solcarle? Vedere tutt’attorno le promesse del viaggio, senza poterlo intraprendere mai? Vivere di riflesso dei racconti del viaggiatore, proprio un faro che, per propria natura, è un generatore di luce? Non c’è forse sufficiente dolore in tutto questo?

E se lui, violentando la roccia, l’avesse estirpata dalle sue fondamenta e portata con sé in ogni nuovo viaggio, cosa ne sarebbe stato di lei? Sarebbe riuscita, ugualmente, a risplendere, anche lontano dal mare di lacrime che, ormai, conosceva così bene? Sarebbe riuscita a trovare nuovi punti di riferimento per tornare ad essere nuovamente lei stessa un punto di riferimento, ancora un faro?

Non era dunque forse lei a doverlo perdonare per i tanti, troppi viaggi dai quali rientrava spesso deluso e comunque infinitamente stanco, prostrato?

E lei, lei lo avrebbe parimenti amato se lui fosse stato alla finestra a guardare il mondo passargli davanti, anziché cercare di partecipare attivamente ai cambiamenti del mondo stesso? Lo avrebbe ugualmente voluto se lui si fosse lasciato vivere dalla propria vita, come un semplice spettatore, anziché viverla? Se avesse mai pensato di non meritare ciò che, tanto ardentemente, desiderava? Il solo germoglio di questo pensiero non sarebbe stato forse già l’ammissione della sconfitta, prima ancora della battaglia, della lotta? Si può amare un guerriero che non combatte per i propri ideali?

In questo modo, senza risposte definitive da opporre a queste domande, altri anni sarebbero trascorsi veloci, sempre più veloci.

Lui avrebbe continuato a viaggiare, fino a quando la sua mente e il suo cuore glielo avessero consentito, fino a quando avrebbe intrapreso l’ultimo viaggio verso casa. Per riposare, infine.

E lei sarebbe stata sempre lì. Una presenza costante, confortante, rassicurante. Un punto di riferimento luminoso, al quale guardare nelle notti buie, nei giorni di tempesta, nella nebbia che, a tratti, cala densa sulla vita. Un faro. Resistente alle bufere. Come a volte si vede in certe fotografie, o in alcuni quadri: un faro che, solo e spavaldo, fronteggia le onde del mare che si accaniscono nel tentativo di svellerlo, di costringerlo a venire meno alla sua funzione. Nel tentativo di mietere vittime tra i viaggiatori…