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Il Disegno delle Stelle
Impossibile sbagliarsi. Aveva ascoltato quelle note, in passato, troppo spesso per essere tratta in errore. Erano le note di quella canzone. Certo, ora uscivano dalla radio che lei adorava ascoltare mentre sbrigava le faccende di casa, o quando cucinava, come in quel momento. Ora avevano la precisione di un arrangiamento eseguito da un professionista, ed erano presenti più strumenti; invece a quel tempo lo strumento era uno solo, una chitarra suonata appena discretamente. E la voce, la voce non era la stessa di allora. Nonostante queste differenze, era sicura di non sbagliarsi. Nello spazio di un solo, brevissimo istante, fu proiettata all’indietro nel tempo (Dio, quanto ne era passato? Dieci anni?), ai giorni in cui aveva conosciuto l’autore di quelle note, che stavano riempiendo l’aria, e di quelle parole, dolci e tristi al tempo stesso, così disperatamente piene di speranza, in un conflitto dialettico impossibile da capire per la mente, ma alla portata dei cuori puri. Le lacrime salirono ai suoi occhi ed un velo di nebbia le offuscò la realtà del presente, sciogliendola nei ricordi del passato. Erano giorni difficili, forse i più difficili che le fosse mai capitato di vivere in tutta la sua vita. Si erano conosciuti per un capriccio del destino, una di quelle situazioni in cui ci si chiede se, dietro, non ci sia davvero il disegno delle stelle. Entrambi si trovavano in un bar a consumare un rapido pasto freddo, come si fa quando si lavora e si ha poco tempo a disposizione; i tavoli erano pochi, il locale decisamente piccolo per tutta quella gente frettolosa e ansiosa di tornare alla propria occupazione. Si ritrovarono seduti allo stesso tavolo, con un panino e una bibita in mano. Le loro dita si toccarono brevemente nel momento in cui fecero simultaneamente il gesto di prendere un tovagliolo di carta dal distributore, posto al centro del ripiano. Si guardarono, scusandosi reciprocamente, e scoppiarono a ridere. Cominciarono a parlare, scambiandosi banalità, come si fa tra sconosciuti. Ma c’era qualcosa di più, come ebbe modo di scoprire durante i seguenti incontri, non più avvenuti per caso, quando passarono dai discorsi formali a questioni sempre più personali. Era simpatico, divertente, con una battuta scherzosa sempre pronta. Aveva uno sguardo attento, interessato, indagatore. Eppure a volte nei suoi occhi si poteva vedere la distanza a cui si trovava, con il cuore e con la mente. Altre volte quegli occhi erano colmi di tristezza, di dolore, anche di lacrime, altre ancora s’illuminavano intensamente, quando pareva che potessero vedere un futuro bellissimo, come se i suoi sogni avessero potuto realizzarsi da un momento all’altro. A lei piaceva navigare in quegli occhi, viaggiando per coprire quelle distanze, nel tentativo di raggiungerlo là dove era diretto, viaggiando per approdare, infine, nelle profondità della sua anima. Il cantante attaccò la seconda strofa, riportandola alla realtà e fugando così qualsiasi ombra di dubbio le fosse eventualmente rimasta: le parole erano quelle, esattamente le stesse di allora, gli stessi versi che lui le aveva dedicato. Ripiombò nel passato. “Era amore?”, si chiese. Lui l’aveva certamente amata. Glielo aveva fatto capire in tutti i modi, le aveva detto e scritto e cantato parole che non avevano lasciato adito a dubbi. Aveva ascoltato così tante volte il nastro che lui aveva inciso per lei che ormai si era consumato, come consumati dallo scorrere delle lacrime erano i suoi occhi. Ma quella musica era un analgesico per il dolore del cuore, come lui la definiva. E in quel modo l’aveva condotta sull’orlo del precipizio dell’anima, le aveva mostrato il vuoto che c’è oltre. A quel punto era bastato un soffio di vento, una lieve brezza, per farla cadere. Aveva così scoperto che non esiste un fondo da toccare, che si può precipitare all’infinito, era venuta a conoscere immensità che nemmeno sapeva di possedere, provava emozioni per le quali poteva vivere e morire al tempo stesso. In quei momenti lui era sempre lì, una mano sapiente perché già esperta di quelle sensazioni, una mano tesa, pronta a ricondurla sulla solida roccia. Ma lei non ci si aggrappò mai, preferì invece continuare a vagare, sola, nelle profondità della propria anima. Forse, pensò, aveva semplicemente avuto paura di legare la propria vita a quella di un uomo con poche certezze, ma talmente radicate da condizionarne irrimediabilmente l’esistenza. Forse il sapere esattamente cosa si vuole, senza riuscire ad ottenerlo, può essere più doloroso dell’ignorare ciò che si sta cercando. Forse. E questo, in lui, l’aveva certamente spaventata, al punto che si allontanò un poco. E forse fu un nuovo disegno delle stelle a farle conoscere un altro uomo, un collega di lavoro. Cominciarono a frequentarsi, insieme facevano le cose che fanno tutti i giovani: uscivano la sera, da soli o con gli amici, andavano al cinema, a ballare, durante i fine settimana si recavano al mare, a sciogliersi insieme nel sole e nel sale. E raccontò tutto questo all’autore delle note che ancora danzavano nella stanza, a quell’uomo che dentro di sé portava cose che a lei parevano tanto belle, a quell’uomo che sapeva evocare, scrivendo, immagini da incantare. Fu come se lo avesse pugnalato, non gli aveva mai letto negli occhi tanto dolore. Non ne capì mai il motivo, forse non si sforzò nemmeno di farlo. Le sembrava che quanto c’era tra loro fosse bellissimo, che niente avrebbe potuto cambiarlo, che niente avrebbe potuto trasformarlo in una ferita aperta, viva, sanguinante, come invece quegli occhi le dissero. “Le cose belle non devono lasciare cicatrici”, gli scrisse allora. Ma adesso che le ultime parole del ritornello arrivavano al suo cuore, capì che anche le cose belle possono fare male. Come quella canzone. Come guardare il sole ferisce gli occhi. E sentì la cicatrice, la sentì ora mentre la sfiorava con il dito dei ricordi. Quei ricordi che, se li avesse evocati solo pochi minuti prima, le sarebbero apparsi come un acquarello dalle tinte indistinte, sbiadite, confuse. Quei ricordi che ora avevano invece i colori netti e vivi e forti di un quadro ad olio, quasi una fotografia. Non lo rivide più, il lavoro lo aveva condotto lontano, in un altro posto, un’altra città. Si era portato via le sue parole, le sue note, la sua chitarra, i suoi sogni. Né ebbe più alcuna notizia di lui, fino a quel momento. La canzone finì e il DJ ne mandò in onda un’altra, che le sembrò così insignificante. Guardò la propria immagine, riflessa nel vetro della finestra. Stava ancora piangendo, con la stessa intensità di quei giorni. “Sei bellissima, anche quando piangi” le aveva sussurrato una volta. Era certa che lo pensasse davvero. Chissà se anche oggi le avrebbe detto le stesse cose, si chiese. Spense la radio e rivisse gli ultimi atti di quel capitolo della sua vita. Il collega di lavoro era stato un fuoco di paglia. Aveva allora spesso guardato in cielo, nelle notti di luna nuova, perché la luce riflessa dal satellite non offuscasse il bagliore proprio di quei soli lontani. Aveva cercato di leggere il disegno delle stelle, come si fa nei giochi di enigmistica, quando si uniscono con una matita i puntini numerati per vedere l’immagine che appare. Conobbe l’uomo che sarebbe diventato suo marito, di lì a un paio d’anni. Era un amore tenero, sincero, forse non eccessivamente appassionato, ma insieme stavano bene. “Mamma”, la voce della figlia minore la riportò bruscamente alla realtà. Guardò quel viso d’angelo, mentre le correva incontro in cerca dell’abbraccio materno. Aveva i suoi stessi occhi. Ricordò ancora, in un’immagine di un solo istante, quella sera d’estate in cui lei si era soffermata ad osservare, con un misto di malinconia e dolcezza, la bimba di una coppia che passeggiava incontro a loro nelle vie della città. “Anche i tuoi figli saranno bellissimi”, le aveva detto in seguito, tra una nota e una poesia. Aveva ragione, come su tante altre cose. “Ciao mamma”. Anche il figlio maggiore entrò in cucina. Con due bambini di sei e quattro anni non si ha più il tempo di pensare, considerò. Solo ora, forse per un altro misterioso disegno delle stelle, ne aveva avuto l’occasione, dopo tanto tempo. Avrebbe voluto interrogare se stessa ancora un po’, chiedersi se amava ancora il padre dei suoi figli. Certamente si volevano bene, c’era un grande rispetto e andavano d’accordo. Ma l’amore… Avevano entrambi rinunciato ai propri sogni, come singoli individui e come coppia, per il più grande bene rappresentato dai loro bambini, perché essi, un giorno, potessero inseguire i propri ideali. E andava bene così. Riaccese la radio, mentre i bimbi cominciavano a bisticciare tra loro per la colazione. Li guardò benevola, si asciugò le ultime lacrime con un angolo del fazzoletto e si apprestò ad andare incontro al nuovo giorno. |
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