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Il Ciclo
Quella sera avevamo organizzato una cena tra amici e colleghi in un tipico ristorante locale. Come spesso succede in queste occasioni, anche quella volta si formarono spontaneamente dei gruppi di due o tre persone, per evitare di recarsi ognuno con la propria auto al luogo dell’appuntamento. A me era capitata la collega carina. Forse è inutile dire che ne ero contento, perché quella donna mi piaceva. Non solo in senso estetico. Lei ed io dovevamo trovarci al parcheggio dell’azienda, prendere la mia automobile e lanciarci nella ricerca del ristorante, situato in uno sperduto paesucolo della provincia torinese. Noi, entrambi lombardi di nascita e provvisoriamente trapiantati in Piemonte per questioni lavorative, non ci lasciammo spaventare da questa impresa. Durante il tragitto in automobile lei parlò poco, sembrava stanca. Ma poi pensai che forse si stava concentrando nel ruolo di navigatore che in genere spetta al passeggero in queste circostanze. Ma anche durante la serata intorno al tavolo del ristorante, insieme alle altre otto persone che costituivano la nostra compagnia di quella sera, lei parlò poco. Sorrideva alle nostre battute, ma era una partecipazione passiva. Io tenevo molto a quella donna ed ero quindi un po’ preoccupato per lei. Perciò cercai di immaginare cosa potesse mai offuscarle la serata. E capii, infine. Il tempo trascorse abbastanza velocemente. Io non ero più in ansia per lei, anche se a tratti dava segni d’impazienza e sembrava voler andare via. Terminata la cena lasciammo il locale, tutti un po’ allegri per la pancia piena di buoni cibi e di qualche bicchiere di vino. I gruppetti si ricompattarono per raggiungere le auto che ci avrebbero riportato a casa. La mia vettura era quella più vicina al ristorante e quindi ci fermammo per primi, mentre gli altri proseguivano. Qualcuno, dal gruppo che si stava allontanando, disse: “Ehi, Claudio, mi raccomando! Adesso che la riaccompagni non fermatevi a trombare!” Sorrisi alla battuta, logora e volgare. D’altra parte io stesso ho spesso pronunciato parole simili in circostanze simili. Ma avevo una risposta che mi uscì dalle labbra prima ancora di trovare il tempo di considerarla. Il vino aveva certamente rallentato i miei riflessi: “Non si può”, dissi. “Ha le sue cose!” Risero, gli altri, credendo fosse la mia solita vena umoristica e goliardica. Per fortuna non sapevano che avevo detto la verità. Guardai la mia compagna di viaggio. Era leggermente arrossita in viso, e non per il vino. Ma gli altri erano ormai lontani e la via era molto buia. Nessuno percepì la mia gaffe, ma io mi sentivo ugualmente molto stupido. Lei non disse una parola. Salimmo sulla vettura e ci avviammo lungo la strada del ritorno, più facile ora che l’avevamo percorsa all’andata. Io non parlavo, mi vergognavo ancora per quanto avevo detto poco prima. Ad un tratto lei ruppe il silenzio: “Come fai a sapere che ho il mio ciclo?”, mi chiese. La domanda mi sorprese un poco, ma cancellò anche quella piccola percentuale di possibilità che mi fossi sbagliato. Decisi di essere sincero: “Ti ricordi, tre mesi fa -anzi ora posso dire con esattezza che sono trascorse dodici settimane- quando stavi poco bene ed io ti chiesi cosa avessi? E tu mi dicesti: ’Cose da donne’?” “Sì, mi ricordo”, rispose. “Ecco”, proseguii “da allora mi sono sempre ricordato del tuo ciclo, anche perché avevo modo di verificarlo dal tuo umore, un po’ più tetro, di quei giorni. Oggi me ne sono accorto tardi, perché ci siamo visti poco e abbiamo parlato ancor meno”. Si voltò per guardarmi alla luce della strumentazione dell’auto. Non dovevo essere un bello spettacolo con quella illuminazione. “Questo, insieme ad altri tuoi pensieri, rivela in te una nota di dolcezza quasi femminile”, disse poi tornando a guardare la strada davanti a noi. “Già”, risposi. “Non sei la prima che me lo dice. E non ho ancora capito se sia un complimento”. Restammo in silenzio per un po’. Decisi di andare oltre. “E poi c’è dell’altro. Credo di essermi innamorato di te. E questo mi rende ancora più attento a tutto ciò che ti riguarda. A parte la figuraccia di poco fa, intendo”. Abbozzò una risatina, come a dire che non le importava molto di quanto era successo. Appena la strada me lo concesse mi voltai per guardarla. Era tornata seria, e mi parve che i suoi occhi fossero un poco lucidi. Come se qualche lacrima di troppo li avesse allagati. Ma non disse nulla. Eravamo ormai arrivati al parcheggio dell’azienda, dove la sua auto l’attendeva per l’ultimo tratto di strada verso la sua abitazione. Io avevo ancora venti chilometri da percorrere. Scese dalla mia vettura, si sporse all’interno dell’abitacolo appoggiando un ginocchio sul sedile e mi posò sulla guancia le labbra in un bacio casto. Mi augurò la buonanotte e richiuse la portiera. Aspettai, confuso, che salisse a bordo della sua auto e che partisse. Un ultimo saluto con la mano e poi sparì nel buio della notte. Quella sera non avremmo comunque fatto l’amore. Non si poteva, aveva le sue cose. Ma mentre guidavo verso casa mi chiesi se avevo il diritto di sperare che la settimana seguente, una volta terminato il ciclo, la situazione potesse essere diversa. |
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