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Racconti tra le Dita

 

 

Fantasmi

 

Non c’era niente da fare. Erano mesi, ormai, che non riusciva a dormire più di cinque o sei ore per notte. Proprio lui, che una volta non si destava nemmeno con le cannonate! Indipendentemente dal momento in cui si coricava, dopo poche ore si svegliava, rimanendo sospeso in una specie di limbo, senza alcuna possibilità di ripiombare in un sonno ristoratore e senza la volontà di alzarsi dal letto. E in quella sorta di dormiveglia rimaneva preda dei fantasmi. Fantasmi che riaffioravano dal passato, porgendogli ricordi, rimorsi, rimpianti. Oppure ancora spiriti di futuri possibili, immagini di cose ancora da venire. Fantasie, in ogni caso. Era come se la parte emotiva di sé cercasse di prendere il sopravvento nei confronti della sua metà razionale. Già, perché egli aveva cercato di mettere a tacere il suo cuore, attraverso un lungo lavoro di costruzione quasi di un muro che impedisse alle sue emozioni qualsiasi comunicazione con la mente. Evidentemente era stato tutto inutile, dato che ora si trovava preda di quello stato quasi angosciante in cui i sogni si confondevano con la realtà, il passato con il futuro, i rimorsi con i rimpianti.

Quella notte in particolare il cuore gli pompava al cervello sangue e immagini di un’estate lontana nel tempo, quando aveva solo diciassette anni. Mentre lei ne aveva quindici. Due anni di differenza, un’inezia ora che egli ne aveva ben più di trenta. Un’infinità allora, quando entrambi erano poco più che due ragazzini.

Ma si erano piaciuti da subito e stavano sempre insieme, sapendo che quella settimana di vacanza al mare sarebbe finita anche troppo presto. Lei aveva gli occhi dello stesso azzurro di quel mare, e lui aveva temuto che in quelle profondità avrebbe potuto affogare, non più in grado di nuotare, paralizzato dalla sua bellezza. I genitori di entrambi li tenevano d’occhio, e stare insieme significava avere attorno sempre altre persone.

Solamente una sera, l’ultima prima che egli dovesse ripartire per tornare a casa, riuscirono con un’abile mossa ad eludere il regime di sorveglianza. Si recarono alla spiaggia. La sabbia era ancora tiepida per il sole assorbito avidamente durante il giorno. Le onde si infrangevano lievi sul bagnasciuga, quasi temessero di disturbare quel momento tanto speciale. La luna, quasi piena, si rifletteva sullo specchio increspato del mare, moltiplicando la propria luce irreale. L’odore salmastro di qualche rete da pesca, stesa ad asciugare lì vicino, penetrava nelle loro narici.

Si sdraiarono tra due barche tirate in secca, su quel letto soffice e caldo, fatto di sabbia, a guardare la luna e le stelle, a sognare un futuro che non apparteneva loro. Nei giorni precedenti, con quella stessa sabbia avevano giocato, costruendo castelli e torri e mura, lasciando gioire ancora per un po’ il bimbo che entrambi continuavano a portare dentro di sé.

Ma le sensazioni che provavano in quel momento erano quelle di due adulti, le mani tese a cercarsi vicendevolmente li portavano verso emozioni sempre immaginate, da sempre volute, ma mai provate. Gli occhi di lei, ora, non erano più come il mare, ma come il cielo, cascate di stelle ridenti. I seni piccoli ma ben fatti, i fianchi giovani, ma già quelli di una donna, la pelle morbida e calda, il fiato corto e il cuore lanciato in una folle corsa.

In un breve attimo di lucidità in cui i fantasmi gli lasciarono il controllo della propria mente, ricordò quei momenti come se li stesse vivendo in quell’istante. Avrebbe potuto destarsi, ora, alzarsi e scacciare quei ricordi, soffocarli prima che fossero loro, come macigni, a schiacciargli il cuore. Ma non lo fece, la mente non ebbe la forza di imporre la propria volontà, di fermare la proiezione della pellicola. E si abbandonò nuovamente nelle mani dei fantasmi, registi di quel film.

L’aveva guardata, quasi avidamente, ogni volta che era uscita dall’acqua e si era sdraiata accanto a lui ad asciugarsi. Aveva sfiorato, con il dorso della mano stesa lungo il proprio fianco, le sue dita. Aveva sognato di essere una delle gocce del mare che percorrevano il suo corpo, per poi dissolversi nell’aria, richiamate al cielo dal calore bruciante del sole. L’aveva desiderata. E ora che si trovavano lì, egli assaporò il gusto del sale, lasciato dal mare sulla pelle di lei, e si sorprese del contrasto con la dolcezza della sua femminilità. Le sue labbra viaggiavano lievi su quel corpo giovane, destando in entrambi sensazioni nuove, ma al tempo stesso ataviche. Le loro dita si esploravano vicendevolmente e al tatto la loro pelle era increspata, come il mare.

Entrambi desideravano che quei momenti di felicità non avessero mai fine. Volevano stare assieme ancora, prolungare il piacere di quegli istanti, all’infinito. Ma le risa ovattate di un’altra coppia, che si era appartata lì vicino, li riportarono alla realtà. Si rivestirono, la consapevole tristezza della fine imminente dipinta sui loro volti, scolpita nei loro cuori. Gli occhi di lei, ora, erano cascate di stelle di lacrime. Una nuvola stava passando nel cielo di quegli occhi, scaricando una pioggia di acqua salata. Cielo e mare, insieme, senza la linea dell’orizzonte a separarli. E pianse, stretta tra le sue braccia. Pianse lacrime che non erano più quelle di una bambina, pianse, per la prima volta in vita sua, per il dolore di una perdita. In quei pochi istanti avevano letteralmente rubato la felicità, su quella spiaggia avevano costruito un castello di sabbia che stava già crollando, sferzato dal vento tempestoso della cruda realtà: due ragazzi dalle vite distanti, due ragazzi di due mondi diversi, due ragazzi che non avrebbero mai più condiviso le emozioni di quella sera.

Avrebbe voluto rubare il cielo, per lei, per farla volare, farfalla incantata dai colori incantevoli. Avrebbe voluto rubare una falce di luna, per costruirle la culla dei suoi sogni. Avrebbe voluto proteggerla dalla vita, che solo ora cominciavano a conoscere. Avrebbe voluto…

Si baciarono un’ultima volta, ancora. Un bacio lieve, sfiorato appena, come se già fossero lontani. Chi avesse guardato la luna, in quel momento, l’avrebbe vista piangere per loro, le stelle a intonare un coro di sospiri sussurrati, colonna sonora del loro disperato addio.

Rientrare nel gruppo di amici, quella sera, dopo quanto era successo tra loro, fu una delle cose più difficili che fosse mai toccata a entrambi: ridere, fingendo spensieratezza, ma con la morte nel cuore, richiede un esercizio ed un allenamento che egli, a quel tempo, non possedeva ancora.

La radiosveglia attaccò il suo buongiorno, dileguando i fantasmi che ormai lo avevano avvolto nelle loro fredde spirali di immagini confuse, ma dolorose. Era ora di alzarsi, questa volta non aveva scelta. Il giorno lo chiamava. Si mise a sedere sul letto, più stanco di quanto non fosse la sera prima. Tuttavia si sentiva pronto per la giornata. Si passò il dorso della mano sugli occhi, meravigliandosi un poco nel ritrarla umida di lacrime.