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Racconti tra le Dita

 

 

Domani il Sole non Sorgerà

 

Era una cena come tutte le altre che avevano consumato insieme. Anzi, per l’esattezza sarebbe dovuta essere una cena come tante altre. Ma non lo fu.

Erano amici dai tempi del liceo. A dire il vero lui, allora, avrebbe desiderato essere un po’ più che suo amico: ne era profondamente innamorato e avrebbe tanto voluto che lei fosse la sua ragazza. Si era dichiarato, ovviamente, e lei con molto tatto gli aveva fatto capire che tra loro non ci sarebbe stata alcuna storia. Fu difficile, per lui, ma riuscirono a restare amici. Nel corso degli anni avevano continuato a vedersi, seppure di rado, mentre si sentivano molto frequentemente per telefono. La scelta dello stesso Ateneo, sebbene per seguire due corsi di laurea diversi, diede loro l’occasione di mantenere i contatti anche quando gli altri compagni di liceo erano ormai un ricordo.

In lui, però, era rimasto un desiderio inespresso, la volontà di cogliere quel fiore per odorarne il profumo. Certo, nel corso degli anni si era molto attenuato, ma il fondo della sua anima svelava ancora questo pensiero, quando la mente tornava al ricordo dei giorni in cui il sentimento che provava per lei era molto forte. Non aveva rimpianti, perché si rimpiangono solamente le proprie scelte e non si può recriminare quanto dipende dalla volontà di altri. Il fatto che le cose non fossero andate come lui avrebbe voluto non poteva condurre a rimpianti. Poteva solo portare con sé molta amarezza, come fece. Ma era passato tanto tempo, tante cose erano successe e anche quel senso di tristezza era ormai scomparso.

E così, adesso che il caso aveva voluto che entrambi si ritrovassero per lavoro in una città diversa da quella in cui erano nati, avevano nuovamente l’occasione di frequentarsi, per ricordare i vecchi tempi e per raccontarsi le loro vite. Presero così a vedersi con una certa regolarità, per una pizza o per una cena a casa di uno dei due. Entrambi avevano una relazione: lui era sposato da qualche anno, sua moglie continuava a vivere nella città d’origine e si vedevano durante i fine settimana. Lei, abituata ad essere un’ape all’eterna ricerca di un fiore su cui posarsi, aveva un legame abbastanza stabile e duraturo, anche se a tratti burrascoso, con un uomo sposato e sulla via del divorzio.

Durante quegli incontri parlavano di tutto, più similmente a come fanno due amici del medesimo sesso rispetto, invece, ad un uomo e una donna. Lui era tranquillo, non temeva più, come in principio, che la compagnia di lei potesse ridestare quel desiderio sopito, per anni custodito nel cuore. Non provava più l’attrazione di un tempo, anche se era rimasta una bella donna. Lei forse nemmeno ricordava che l’aveva amata, e che glielo aveva detto. Anzi, glielo aveva scritto in una lettera, durante l’estate, quando le vacanze scolastiche li avevano condotti in luoghi distanti tra loro. A quel tempo gli era parsa una buona idea, un buon modo per esprimere i propri sentimenti e far pace con il lento trascorrere del tempo, fino a quando, alla fine delle vacanze, sarebbero tornati alle proprie abitazioni. Ora sorrideva a quell’idea ed al ricordo di quanto aveva scritto: “Ti amo. So che è una parola più grossa di te e di me, ma è la sola che trovo per esprimere quello che sento”.

Cose da ragazzini, comunque. Amore vero? E chi può dirlo? All’epoca, ovviamente, lui pensava che lo fosse.

In una di quelle cene ricordarono come si erano conosciuti, a scuola. Lui era un poco più grande di lei e quando cominciò la seconda liceo, lei entrava in prima. Quell’anno l’amministrazione scolastica aveva distaccato in un’altra sede, non lontano da quella principale, la prima e la seconda delle sezioni C e D. Lui 2° C, lei 1° D. C’erano pochi ragazzi, quindi le possibilità di conoscersi erano elevate. Quella mattina si ritrovarono pigiati nella ressa che veniva a formarsi, nonostante il numero limitato di allievi, quando durante l’intervallo i bidelli distribuivano le merendine. Un commento banale sulla qualità di quel servizio fu un modo per rompere il ghiaccio. In seguito scoprì che lei raccontava barzellette in un modo tale da rendere anche le più stupide irresistibilmente divertenti. Gli piaceva come rideva. Gli piaceva l’eleganza dei suoi movimenti. Era magra e slanciata, sembrava una gazzella.

Così trascorrevano quelle ore insieme, restituendo vita a ricordi sbiaditi, scambiandosi notizie su quel tale o su quel tal altro, vecchi compagni di scuola, antichi professori.

Ma quella serata estiva in particolare era cominciata in un modo strano. Di solito si accordavano per una cena con qualche giorno di anticipo, mentre quella volta lo aveva chiamato in ufficio, chiedendogli se avrebbe cenato da lei. Un po’ stupito, aveva accettato. Quando suonò il campanello del suo appartamento, gli aprì la porta in lacrime. Lei che era sempre stata sicura di sé e di quel che voleva, ora appariva così fragile. Lo fece accomodare. Asciugandosi gli occhi stentò un sorriso, e questo bastò a calmarla. Mentre preparavano la cena, gli raccontò il motivo di quel pianto: quella mattina, prima di recarsi al lavoro, era passata dal suo compagno, che ormai viveva solo perché la causa di divorzio era andata molto avanti, per fargli una sorpresa, portandogli brioches appena sfornate per colazione. Ma a rimanere sorpresa era stata lei, nel vedere uscire dal portone del palazzo la segretaria del suo uomo! Sorpresa, confusa, amareggiata, tradita, arrabbiata. Passava tra questi stati d’animo con sorprendente rapidità. Non gli aveva fatto una scenata, non era nemmeno salita da lui. Aveva fatto finta di niente. Ma, ora, non sapeva come comportarsi. E adesso era lì, quasi ad invocare un consiglio dal suo amico, dal suo vecchio compagno di scuola che, un tempo, era innamorato di lei.

Finirono di cenare e si sedettero sul divano. La serata era piacevole, faceva caldo, ma non era sgradevole a causa della brezza che rinfrescava l’aria. Lei riprese a piangere, sommessamente. Stava ancora pensando agli avvenimenti di quella mattina, che gravavano così pesantemente sul suo cuore. All’improvviso una luce passò rapida nei suoi occhi, che si asciugarono velocemente. Allungò la mano verso l’abat-jour, posta sul tavolino di fianco al divano e la spense, lasciando il suo amico così sorpreso da non riuscire a profferire parola. I loro occhi si adeguarono lentamente alla nuova illuminazione, un riverbero proveniente dalle finestre aperte e generato dai lampioni della strada, dai fari delle automobili di passaggio, dalle luci degli appartamenti del palazzo di fronte. Uno spettacolo che solo la città può offrire. La leggera brezza agitava le tende delle finestre, creando giochi di ombre e luci sul soffitto e sulle pareti del soggiorno.

Lei gli appoggiò la testa sulla spalla, e lui le cinse la vita con un braccio. Sapeva che aveva solo bisogno di essere consolata, ma si sentiva ugualmente confuso, improvvisamente a disagio e totalmente inadeguato a quella circostanza. Lei gli passò la mano tra i bottoni della camicia, fino a toccare la sua pelle. Aveva dita lunghe e affusolate, agili. Lui ricordò, appena vagamente, che qualcuno in passato gli aveva detto che nella chiromanzia le dita slanciate indicano propensione alla vita, ma anche fragilità, sofferenza. Quelle mani avrebbero suonato con facilità qualsiasi strumento musicale. Ma ciò che lei ora stava facendo vibrare erano le corde delle loro anime, spiriti che di lì a poco si sarebbero persi nella notte. Gli sfiorò il collo con le labbra, un bacio leggero, ma sensuale. Le loro bocche si incontrarono. Non gli diede il tempo di riflettere, di pensare se quanto stava per succedere era veramente ciò che voleva. Certo, anni prima non avrebbe desiderato altro, ma ora… Nello spazio di un istante gli si affacciarono alla mente mille immagini, mille congetture, mille pensieri. Come quando, dicono, si sta per morire e si vede la propria vita scorrere davanti agli occhi; non era un paragone poi così assurdo, perché una parte di lui stava effettivamente per morire. Sapeva per certo che lei si comportava così per semplice vendetta, per sentirsi meglio con se stessa ripagando il suo compagno con la stessa moneta; sapeva che lo stava usando e, tuttavia, non fu capace di tirarsi indietro. Nemmeno un tentativo, nemmeno un debole “No”, magari appena sussurrato. Niente. Sapeva che è impossibile, da parte di una donna, violentare un uomo. Sapeva che l’uomo deve essere consenziente. Eppure, lui si sentiva violentato, almeno a livello morale. Ma l’aspetto peggiore era che non gliene importava nulla. Prima di abbandonarsi completamente a quell’atto d’amore, che dell’amore non aveva proprio niente, riuscì a fare un’ultima considerazione puramente razionale: forse, pensò, per una donna è molto facile avere un uomo, anche se per una volta solamente. Molto più facile che per un uomo avere una donna. E forse fu proprio questo pensiero a rompere l’ultima parvenza di indugio che gli era rimasta. Forse fu per questo che le diede ciò che lei, in quel momento che sarebbe rimasto unico, desiderava.

Di quanto successe dopo avrebbe conservato nel tempo solo un vago ricordo: una serie di immagini quasi fisse, come una scena osservata sotto una luce stroboscopica. Come tante fotografie in bianco e nero, fatte scorrere rapidamente davanti agli occhi.

Il primo ricordo cosciente e nitido era di loro due, ancora stesi sul divano, lei accoccolata nell’incavo del suo braccio. I lunghi capelli sciolti, adagiati sul suo petto, gli solleticavano leggermente la pelle ad ogni respiro di entrambi. Provò a seguire il suo ritmo, ma lei respirava più lentamente. Si era addormentata, o almeno a lui sembrava che dormisse. Le accarezzò dolcemente la testa, mentre cercava di capire cosa fosse successo. Non provava rimorso, non ancora. Forse, pensò, è come per i rimpianti: quando la propria volontà ha avuto poca influenza sul corso degli avvenimenti, quale senso hanno i rimorsi? Ma sapeva che si stava solo giustificando. La verità era che tutto questo gli era piaciuto, la sua vanità maschile era stata profondamente appagata. Anche se i presupposti non erano certo dei migliori, lei avrebbe comunque potuto scegliere qualcun altro per portare a compimento la propria vendetta. Ma aveva voluto lui. O forse non c’era stata premeditazione. E quanto era successo era nato dall’impulso di un momento. In ogni caso, aveva voluto lui.

Era ancora perso in queste riflessioni, quando lei si mosse leggermente. Forse percepì il rumore di quei pensieri. Non stava dormendo. Aveva semplicemente gli occhi chiusi, ed era a sua volta preda di immagini confuse, di ricordi del passato, recente e remoto.

“Ho conservato la lettera che mi scrivesti, molte estati fa”, sussurrò, la testa ancora appoggiata sul suo petto. “Anche se non ho bisogno di rileggerla, perché ricordo molto bene le parole che conteneva”, continuò.

In questo modo rispondeva alla domanda che lui si era posto poco prima. Rimase sorpreso da quella confessione.

“Avresti voluto che per me il cielo fosse sempre azzurro”, disse ancora lei. “Ma non è sempre stato così. E il tuo cielo, com’è stato il tuo cielo in questi anni?”, chiese.

“Ci sono state delle nuvole, cariche di pioggia. Ma sono sempre passate, in un modo o nell’altro. E, fino a questa sera, era abbastanza sereno. Ora non lo so più”, le rispose.

Lei alzò i grandi occhi scuri per guardarlo in viso. Erano tristi, infinitamente tristi. Erano velati da una lieve patina di dolore, chissà se ancora per gli avvenimenti di quella mattina o per quelli di poco prima.

“A volte mi chiedo come sarebbero andate le cose, se tu ed io avessimo cominciato una relazione, quell’anno”, disse ancora lei. “Avremmo avuto momenti come questi, con il pieno diritto di averli”.

Tacque. Un tram, in lontananza, mandava il suo sferragliante rumore, accompagnato dalle sorde vibrazioni che giungevano fino ai loro corpi attraverso il cemento della città.

“Adesso so cosa intendevi dire quando scrivesti: ‘Vorrei destarti all’alba di ogni mattino con un sorriso, mentre il sole pian piano si incammina nel cielo’. Sarai qui, domani mattina, a svegliarmi con quel sorriso?”, gli chiese.

Lui aveva gli occhi chiusi, e due rigagnoli di lacrime gli stavano solcando il viso. Era commosso, perché anche lui ricordava quelle parole con estrema chiarezza. Ed era confuso, perché non capiva il motivo per cui, a quel tempo, lei non lo avesse voluto. Lei stava forse rimpiangendo la propria scelta?

“Non so se domani ci sarà un’alba. Non so se domani sorgerà ancora il sole", rispose.

Rimasero a lungo così, senza più parlare. Non c’era più niente da dire.

I rumori si erano attenuati, la città si preparava per la notte. Si addormentarono, stretti l’uno all’altra. Chi li avesse osservati solo ora, avrebbe visto un uomo e una donna riposare tranquilli, dopo essersi amati. Ma il loro sonno non poteva essere ristoratore, agitato da quanto era accaduto, tormentato da ciò che non sarebbe dovuto succedere.

E l’alba venne, infine. Il sole spuntò tra i tetti delle case, annunciando il nuovo giorno. Lui era sveglio già da un po’ di tempo, ancora perso nei suoi pensieri. Sapeva una sola cosa con certezza: sua moglie mai sarebbe venuta a conoscenza degli avvenimenti di quella sera. E lui ancora non provava rimorso. Non ne avrebbe mai provato. Avrebbe conservato solamente una grande tristezza. Si liberò delicatamente dall’abbraccio della donna, quella donna che tanto tempo prima aveva amato e desiderato, cercando di non svegliarla. Voleva sgattaiolare via, furtivo come un ladro, anche se nulla aveva sottratto. Anzi, forse il derubato era proprio lui.

Fermo davanti alla porta, la guardò un’ultima volta. Era girata su un fianco, la schiena nuda rivolta verso di lui. Era bellissima. I suoi capelli, al ritmo del suo respiro, ora solleticavano la pelle del divano. Lui non poteva sapere che lei era sveglia. Lui non poteva vedere, dal punto in cui si trovava, i suoi occhi colmi di lacrime, laghi sul punto di tracimare per la troppa pioggia.

Chiuse la porta senza far rumore, e dopo pochi istanti camminava per le vie della città indifferente.