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Cuore di Donna

 

“Vorrei portarti a letto”, affermo mentre tu infili sensuale la forchetta tra le tue labbra e trattieni il boccone di pizza delicatamente tagliato nel piatto.

Mi guardi per un istante negli occhi. Poi scoppi a ridere.

Ma io sono serio. Molto serio.

“Non sto scherzando. Davvero, vorrei fare l’amore con te. Lo voglio dalla prima volta in cui abbiamo parlato, da quando abbiamo consumato la nostra prima pizza insieme”.

Ora non hai più il minimo dubbio. Sai che sto parlando seriamente.

Così i tuoi occhi scivolano dai miei e rimangono posati dentro il tuo piatto. Fingi di concentrarti sul taglio di un nuovo boccone.

Mentre io penso che potremmo andare di là, nel bagno. Conosco le toilette di questo locale. Quelle degli uomini sono linde. Quelle femminili lo saranno ancora di più.

Potremmo andare di là e fare l’amore. Ora. In questo istante.

Io potrei sedermi sull’asse del water e tu potresti salirmi sopra. Penetrarti da sola e decidere tu il ritmo, mentre io potrei stringere delicatamente tra le mie labbra uno dei tuoi capezzoli e sentirlo gonfiarsi sulla lingua.

Oppure potremmo stare in piedi, davanti al lavabo.

Io dietro di te, il mio ventre contro la tua schiena. Le mie mani che ti frugano dappertutto. Sotto la camicetta, sotto il reggiseno. Tra le gambe, dentro gli slip. Mentre guardiamo l’immagine di noi due riflessi nello specchio. Come se noi non fossimo noi.

“Tu non sei come gli altri uomini”, mi dicesti una volta.

Ed allora io pensai di essere diverso ai tuoi occhi e dentro il tuo cuore.

Diverso, certo.

Ma non come credevo io.

“Mi fai ridere. Con te sto davvero bene.”

Altre parole che ora, nel ricordo, fanno male.

Già, ti faccio ridere. Ogni donna che conosco afferma di volere al proprio fianco un uomo divertente.

Ma io ti ho fatta anche piangere. Ho visto i tuoi occhi gonfi, quando leggevi le mie parole scritte con un inchiostro ricavato tingendo lacrime sbiadite. Oppure quando ascoltavi le mie canzoni.

Diverso, certo.

Diverso al punto che non potrò mai essere, ai tuoi occhi, davvero un uomo.

Perché io ti regalo emozioni, sensazioni. Ti tocco il cuore e faccio vibrare la tua anima. Ma sono emozioni asciutte. Per me non sentirai mai quell’abbraccio caldo e umido prenderti al basso ventre e accenderti di desiderio.

Ora trovi la forza di alzare gli occhi insieme alla forchetta. E per un breve attimo mi guardi ancora. Un po’ di stupore tra i lineamenti del tuo viso. Una leggera sorpresa. Come se io mai potessi provare per te un semplice e banale istinto sessuale.

“Ti piace di più Manuela Arcuri o Andie MacDowell?”, mi domandasti dopo aver visto un film al cinema.

Ed io provai a spiegarti il mio pensiero. Provai a dirti che sì, sono due donne molto belle, molto diverse tra loro. Tentai di farti capire che tuttavia sono solo immagini piatte, bidimensionali. Che non hanno il profumo e i colori e i suoni di una persona vera, seduta accanto a parlare mentre mastica una pizza. Mi sforzai di chiarire che avrei preferito avere una donna magari meno appariscente, magari meno bella e tuttavia molto più affascinante e seducente in quanto reale.

Ma tu non comprendesti.

Forse perché per te il massimo di un uomo è rappresentato da Keanu Reeves con gli occhiali da sole e lo spolverino nero di “Matrix”. Forse perché quello è l’individuo che desideri, fino a quando un giorno cesserai le ricerche e ti accontenterai di uno qualunque.

Io continuo a guardarti, mentre tu a stento reggi il peso dei miei occhi.

“Vorrei assaggiare la tua pelle con le mani. Vorrei baciare ogni millimetro quadrato di te. Vorrei donarti un tanga di saliva tessuto con la mia lingua.”

Ora mi fissi con espressione ebete. La stessa che potrebbe dipingere il viso di una madre quando sorprende il figlio adolescente a masturbarsi sotto la doccia. Quando prende infine coscienza di una realtà conosciuta e tuttavia sempre volutamente ignorata. Per timore di cosa, poi?

Sono un uomo, ma tu mi hai sempre visto come una donna. Per questo sei esterrefatta. Come se una tua amica ti avesse d’improvviso baciata sulle labbra, cacciandoti la lingua in bocca quasi con violenza.

Forse questo è proprio ciò che dovrei fare.

“Ma… Ma…”, balbetti.

Diverso, certo.

“Tu mi sai capire. Anticipi i miei pensieri, i miei malumori, le mie gioie”, dicesti in quella calda sera d’estate mentre gustavamo un gelato di cioccolato e stracciatella seduti su una panchina dei giardini in centro.

Queste parole uscirono dalle tue labbra. Dalle tue dolci labbra.

Ed io solo ora, solo ora mi chiedo perché tu non mi abbia mai domandato di accompagnarti a fare shopping. Come fanno due amiche intime.

Diverso, certo.

So comprendere i tuoi stati d’animo, i dolori di cui a tratti è preda il tuo cuore. La temporanea assenza di colori che stinge la tua anima.

E questo vorresti da un uomo, dicesti.

Ma la realtà è diversa dalle tue parole. Come io sono un uomo diverso.

Perché tu vuoi empatia per il tuo tormento ma non sei disposta ad accettare, di quando in quando, l’inversione dei ruoli per fermarti a comprendere il mio.

Perché tu cercherai la sofferenza e a volte ti crogiolerai in essa, rivolgendoti poi a qualcuno per consolarti. Cercando me per asciugarti le lacrime.

Perché tu danzerai sul filo sottilissimo e tagliente posto a dividere il dolore dal piacere, su quella soglia tanto indefinita che a forza di cercarla ti fanno male gli occhi. La macabra danza di un coltello che incide il cuore e lacera profonde ferite le cui cicatrici mai saranno scudo sufficiente a tenere lontano altro dolore.

Perché tu forse un giorno troverai il tuo Keanu Reeves, con le lenti da sole e lo spolverino nero. Magari avrà gli occhi verdi e profondi.

Perché forse un giorno ti concederai a lui proprio nel bagno di questo locale, pregando e sperando che sia lui a donarti quel tanga di saliva intessuto con la sua lingua morbida e calda. Ma forse non lo farà, perché lui non è un uomo diverso e penserà solamente a trafiggerti fino al cuore esclusivamente per soddisfare il proprio desiderio di te. Lui che ha il diritto di desiderarti.

E forse io in quel momento sarò seduto da qualche parte, solo, a domandarmi una volta di più se un individuo con gli organi genitali maschili e con un cuore di donna possa essere considerato un ermafrodita.

L’espressione ebete è ora svanita dal tuo viso. Ti nascondi dietro un sorriso appena abbozzato tra il rossore acceso sulle tue gote. Non dici nulla. E del resto non sapresti nemmeno cosa.

Mentre io sì. Io avrei mille altre cose da dirti. Ma sarebbero parole inutili.

Parole pronunciate con la mia voce di uomo e dettate dal mio cuore di donna.